Vanni della
Melagrana
I
Nelle calde notti d'estate
la gente di Faggeto guardava verso la casa dei conti e, vedendo
la solita finestra illuminata, faceva: "Che ci farà
'il poeta' tutto solo a quest'ora della notte?'
Rammentavano che, in occasione delle feste, da quei finestroni
usciva una gran baldoria di luci e di schiamazzi; erano le notti
in cui il clamore degli ospiti faceva ammutolire il trillo dei
grilli orchestrali e il chiarore delle lampade mandava al buio
la corsa delle lucciole. Di tutte quelle flnestre ora ne era
rimasta accesa solo una: quella della torre dove lui stava a
vegliare fino a tardi. "Che ci farà il poeta a quest'ora?
Ha voglia di vegliare quel povero ragazzo! Acqua passata non
macina più!"
Ciò che rimaneva del vecchio molino, i ragazzi lo potevano
vedere andando controcorrente lungo il greto del flumiciattolo,
che attraversava la villa dei conti della Melagrana.
Ad un certo punto appariva un'arcata fatta di pietre miste a
mattoni oltre l'arcata c'era un antro allagato dove l'acqua
era lucida e nera; l'acqua riluceva come una pupilla aperta
nell'oscurità.
Veniva dal dentro un odore che non era un puzzo, né un
profumo: un fiato che invitava a entrare. Camminando sui bordi
del tonfo si scorgeva il castello del molino fatto di travi
di quercia purgata; poi uno incominciava a vedere la grande
ruota. Tutta sconnessa e inclinata da una parte, mostrava le
pale che le erano rimaste: denti di sorbo consunti dall'uso
e, ancora più, devastati dalla quiete.
Nelle stagioni secche grondavano dall'alto delle gocce d'acqua
che andavano a cascare nella gora dell'antro; allora delle note
risuonavano e sfumavano come se uno
toccasse a casaccio le corde di un'arpa: un blem-blem-blem triste
o allegro a seconda che l'arpeggio cominciasse dalla nota più
alta o da quella più bassa.
Nelle stagioni piovose era differente. L'acqua della gora di
sopra premeva sul tavolato e filtrava attraverso le connettiture
e le fessure delle tavole umide. La piccola cascata faceva un
rumore che, in quella grotta chiusa e isolata, diventava uno
scroscio.
Ogni tanto succedeva, questo succedeva, che la ruota del molino,
tentata così a lungo dall'acqua che la percuoteva, accennava
a girare. Si muoveva. A stento e con pena, eppure accennava
a partire. Allora si sentiva un ansito sonoro che finiva in
un fischio simile a quello che esce da uno zufolo di latta:
così veniva fuori una specie di raglio di somaro in amore.
Soltanto per un po' il molino tornava a cigolare; qualcosa intanto
succedeva nella stanza di sopra: i vecchi ingranaggi mandavano
un rumore di passi come se dei fantasmi calzassero zoccoli e,
battendo i piedi, volessero divertirsi a impaurire la gente.
Poi ritornava a farsi sentire il medesimo scroscio. La solita
cantilena, la solita canzone dove più voci parlano insieme
senza far capire parola. Sembrava un pianto, anzi, un rimpianto
verso un tempo lontano, deciso a non ritornare mai più.
Una nostalgia che esiste per ciò che non esiste più.
Così l'acqua che cadeva nel tonfo, sembrava borbottare,
fra un singhiozzo e una risata, una storia di quelle che non
hanno né capo né coda.
I ragazzi, usciti dalla caverna e, ormai ritornati alla luce,
si sentivano come rinati e restituiti al loro mondo. Abbagliati
e quasi abbacinati dal sole, incantati dal silenzio, guardavano
in alto verso la villa illuminata.
Ora che venivano da un viaggio entro il suo umido ventre, sentivano
ancora di più il bisogno di scoprire cosa c'era di sopra.
Il desiderio di risalire per vedere ancora. Per vedere e sapere
ciò che viveva ancora e ciò che rimaneva ancora
da scoprire oltre le siepi delle melegrane.
(
continua )
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