IL TERMINE

Per termine si intende la cosa stessa prima di essere appresa dalla mente: questo è il termine reale (in quanto è la stessa realtà); s’intende ancora per termine la rappresentazione dalla mente di una realtà. E questo si chiama termine mentale.
Il termine logico è a sua volta la proiezione grafica od orale del termine mentale.
Tutto ciò secondo il seguente schema:

Realtà esterna Cognizione Rappresentazione grafica e orale
(termine reale)   (termine mentale)   (termine logico)

Denominazione del termine

Il termine mentale prende diverse denominazioni.
Viene chiamato concetto (dal latino conceptus, “concepito”) perché in qualche modo prodotto e formato dalla mente come un figlio dalla madre.
Si chiama “espressione riprodotta” perché è una ripercussione e una riproduzione della realtà esterna. Viene chiamato idea, perché riproduce la cosa di cui è somiglianza. Viene chiamato termine, poiché il giudizio si articola e culmina in esso.

Termine scritto e orale

Il concetto, o termine mentale, può essere manifestato all’esterno con segni: gesti, parole, scritti ecc... se è manifestato con parole abbiamo il termine orale, se con scrittura il termine scritto.

Il termine universale (concetto)

Nella filosofia scolastica gli Universali hanno un’importanza rilevante; è quindi opportuno delucidarne il significato.
Il termine universale, chiamato assolutamente l’universale, è un’espressione comune che può essere correttamente riferita a più cose o individui in particolare.
Aliis verbis: est terminus communis qui convenit pluribus et divisim;
così “uomo” è un termine universale, poiché oltre che al complesso degli individui può essere riferito a Pietro e a Giacomo indistintamente e nel medesimo senso.

I predicabili (concetto di predicabile)

Ogni volta che enuncio un giudizio è necessario che tenga conto dei predicabili e dei predicamenti.
Che cosa sono i predicabili?
Sono nozioni universali che vengono riferite ad un soggetto. Più precisamente sono modi di predicare: sunt modi communes aliquid praedicandi de aliquo.
Questi modi di predicare sono cinque e sono: il genere, la specie, la differenza, il proprio, l’accidente.

I cinque predicabili

Vediamo come si danno i cinque “modi”. Ciò che è riferito ad un soggetto o è essenziale a questo (pertinens ad suam essentiam) o non lo è.
Se il predicato gli è essenziale, se cioè riguarda la sua intima natura, bisogna ancora distinguere: o è qualcosa di determinabile o è qualcosa di non determinabile.

  1. Nel caso che il predicato sia qualcosa di determinabile abbiamo in questo il genere. Es. Quando dico: Marco è un animale. Attribuisco a Marco una nozione generica; “animale” in questo caso è il genere; infatti in quanto si riferisca alla essenza di Marco, è qualcosa di determinabile.
    Nel caso che si tratti di qualcosa non determinabile bisogna di nuovo distinguere: se determina solo qualcosa della essenza, abbiamo la differenza.
  2. Questo predicamento, indeterminabile e determinante, è destinato a rendere determinato il genere (che non è altro che una essenza indeterminata).
  3. Se invece determina tutta l’essenza e basta così a costituire da solo una essenza determinata abbiamo la specie.
    Es. Piero è un uomo - sul predicato “uomo” ho la specie, infatti da solo esso determina tutta l’essenza di Piero. (3)
    Es. se dico: Marco è un animale ragionevole; “ragionevole” è la differenza, infatti determina qualcosa (la ragionevolezza) di una essenza e d’altra parte serve a determinare perfettamente il genere già enunciato (animale). (2)
    N.B.                Genere                        = essenza indeterminata
    Specie             = essenza determinata
    Differenza      = essenza determinante
    Gen. + Diff.    = specie
    Spec. - Gen.    = differenza
    Resta da considerare il caso, in cui il predicato non riguardi l’essenza del soggetto.
  4. Nel caso che pur non riguardando l’essenza scaturisca necessariamente da essa e solo da essa, abbiamo il proprio.
  5. Nel caso contrario abbiamo l’accidente.

Definizione dei cinque predicabili  (premessa)

Ciò che viene predicato a modo di genere e specie dicitur “predicari in quid”; infatti risponde alla domanda: quid est haec res?
Ciò che viene predicato a modo di differenza dicitur “predicari in quale”; infatti risponde alla domanda: qualis est haec res?

  1. Genus est notio universalis, quae de pluribus praedicatur in quid incomplete: id est ut essentia indeterminata.
  2. Species est notio universalis, quae de pluribus praedicatibus praedicatur in quid complete: id est ut essentia determinata.
  3. Differentia est notio universalis, quae de pluribus praedicatur in quale quid, seu ut essentia determinans.
  4. Propium est notio universalis, quae de pluribus praedicatur in quale contingenter, seu ut potens esse vel non esse, manente essentia.

I predicamenti (premessa)

Nella logica ci sono dieci generi supremi, ossia dieci nozioni universalissime che convengono in senso univoco a tutti: coro, superiori; essi sono: la sostanza, la qualità, la quantità, la relazione ecc...
Orbene, se si considera ciascuno di questi generi supremi a sé, non in quanto è genere, ma come realtà particolare, questo è un predicamento metafisico; se si considera come genere in rapporto ai generi inferiori noi abbiamo il predicamento logico.
Noi ci interessiamo ora solo e soltanto di un genere supremo: la sostanza.

Concetto di predicamento

A questo punto la logica classica introduce la nozione di predicamento logico. Tale predicamento è una successione di nozioni universali che ha per punto di partenza il genere supremo e per punto di arrivo l’individuo. Si tratta dell’Albero porfiriano che mette in successione e in connessione le nozioni universali del genere (e della specie).

Arbor Porphiriana
SUBSTANTIA
(genus supremum)
materialis                                                                                           immaterialis
corporea                                                                                            incorporea
CORPUS
(genus intermedium)
animatum                                                                                          inanimatum
VIVENS
(genus intermedium seu subalternum)
sensibile                                                                                            insensibile
ANIMAL
(genus infimum seu proximum)
rationale                                                                                            irrationale
HOMO
(species infima specialissima)

Divisione e suddivisione del termine in genere

Il termine può essere considerato in sé o in rapporto al giudizio ed al sillogismo. In questo momento consideriamo solo il termine preso a sé ed in sé, trascurando anche di trattarlo come termine universale.
Consideriamo dunque il termine in rapporto alla estensione ed alla comprensione - in rapporto dunque alla perfezione ed al modo - in rapporto alla relazione che intercorre tra questo ed altri termini.

Divisione del termine in rapporto alla estensione ed alla comprensione

Nella logica l’estensione e la comprensione hanno una importanza notevole.
L’estensione è il complesso dei soggetti a cui il termine può essere riferito.
Complexus subiectorum quibus terminibus convenit.
La comprensione a sua volta è il complesso delle proprietà, che il termine necessariamente richiama in quanto sono da esso possedute.
Complexus notarum quibus significatio termini constat.
L’estensione dice ordine alla superficie; la comprensione alla profondità.
L’estensione del termine uomo è data dalla universalità degli individui, ai quali può essere riferito il concetto di uomo.
La comprensione del medesimo termine uomo è data da tutte le note, che si riscontrano in esso: esistenza - sostanza - vita - razionalità ecc...
C’è una norma particolare, che mette in evidenza il mutuo rapporto, che corre tra estensione e comprensione. Essa può essere fissata in questi termini:
- L’estensione è inversamente proporzionale alla comprensione - Per conseguenza: Quanto maggiore è l’estensione tanto minore è la comprensione e viceversa.

Estensione

Al termine “uomo”, che “comprende” il massimo delle note corrisponde il segmento più breve: vivente, che conta meno note, ma un segmento più esteso. In realtà il termine vivente si applica non solo agli uomini, ma anche agli animali e agli altri viventi. Il termine “sostanza”, che ha la minima comprensione, ha invece la massima “estensione” abbracciando tutta la gamma degli esseri.
In rapporto all’estensione il termine può essere:
Singolare: se si riferisce esclusivamente ad un individuo. Es: Giovanni; il Temporeggiatore ecc...
Comune: se può essere riferito a più individui separatamente. Es. uomo.
Tuttavia il termine comune può divenire facilmente singolare mediante l’aggiunta di un aggettivo dimostrativo, Es. questo uomo, o mediante una denominazione particolare, Es. l’uomo d’acciaio.
Il termine comune diventa invece particolare applicando ad esso un aggettivo indeterminato. Es. un certo uomo, qualche uomo.
Collettivo: se si può applicare ad un complesso di esseri, ma non a ciascuno di essi separatamente. Es. turba - flotta.

In rapporto alla comprensione

Il termine può essere:
(a) semplice: se non ha parti. Es. Monte.
(b) complesso: se è composto di più parole. Es: Monte alto.
(a) concreto, (b) astratto (es. grandezza)
(a) denominativo: se la parola deriva da un’altra. Es. giusto (da giustizia)
(b) denominante: se da questa parola ne deriva un’altra. Es. giustizia (da cui giusto)
(a) Termine di prima intenzione: se risulta dalla immediata considerazione della cosa. Es. uomo, cappello, lapis ecc...
Termine di seconda intenzione: se risulta dalla considerazione riflessa della cosa.
Es. predicato, soggetto, genere ecc...
N.B.    Questa distinzione è fondamentale nella logica che è chiamata anche: la scienza delle intenzioni. E’ quindi opportuno averne una nozione chiara. Ho un termine di seconda intenzione quando la mia mente ritorna su un concetto e ne precisa il valore o la funzione logica.
Es. Pietro è un uomo. Pietro e uomo sono due termini, che semplicemente designano realtà precise: sono due termini di prima intenzione. Quando però ritornando all’analisi del contenuto, chiamo Pietro soggetto, termine singolare, chiamo “uomo” predicato, genere. In questo caso io uso termini di seconda intenzione.

Suddivisione del termine secondo la perfezione o il modo

Sotto il rapporto della perfezione (o il modo) il termine si distingue in:
chiaro: designa chiaramente la cosa alla quale viene applicato; in caso contrario il termine è oscuro.
distinto, se richiama le principali note della cosa; altrimenti abbiamo un termine confuso.
adeguato (o completo) se richiama tutte le note della cosa designata; in caso diverso il termine è inadeguato. - Razionale e corporeo - può essere un termine chiaro ed anche distinto in quanto designa chiaramente e precisamente l’uomo, ma non abbiamo un termine adeguato (nel senso più rigoroso) perché omette altre proprietà presenti nell’uomo.
Di primaria importanza è la suddivisione del termine in: univoco, equivoco, analogo. Univoco è il termine che conviene a più cose nel medesimo senso senza possibilità di errore. Questo termine designa le cose né erroneamente né approssimativamente, ma precisamente. Es. “animale” che conviene alla tigre come al bue. Equivoco (o anche ambiguo) è quel termine che si applica a più cose, ma in senso del tutto diverso con possibilità e probabilità di errore. Es. “pianta” che è applicato a sostanza vegetante, alla base del piede, al grafico edile.
N.B. Il termine equivoco, qualora il suo senso non risulti precisato dal contesto, non si può usare perché polisenso. Analogo è il termine che è applicato a più cose secondo un rapporto in parte identico, in parte diverso. Esso non designa più cose chiaramente, ma neppure erroneamente. Se un termine è applicato a più cose secondo un rapporto di dipendenza che sussiste tra più cose, abbiamo un termine analogo di attribuzione: Assassina è l’arma e la mano o la volontà dell’uccisore, ma questa propriamente, quelle in quanto dipendono da essa. Se un termine è applicato a più cose secondo un rapporto di somiglianza, abbiamo il termine analogo di proporzione. L’occhio vede come l’intelletto nel senso che il rapporto che c’è tra l’occhio e l’oggetto sensibile c’è in qualche modo anche tra l’intelletto e l’oggetto intelligibile. Se il rapporto di somiglianza è reale (fondato sulla realtà) l’analogia è propria; se è arbitrario o artificiale (come nelle metafore) l’analogia è impropria.

Divisione del termine in rapporto alla relazione dei termini tra loro

Se si mettono in relazione più termini tra di loro riscontriamo che essi hanno o non hanno connessione, hanno o non hanno opposizione reciproca.
I termini che hanno una connessione si dicono connessi (pertinentes sequela) se uno include l’altro. Es. uomo - animale - oppure se l’uno equivale l’altro. Es. razionale e risibile.
I termini dei quali uno esclude l’altro si dicono opposti ( pertinentes repugnantia).
I termini opposti possono essere:
(a) contrari, se uno di questi non solo toglie ciò che l’altro richiama, ma pone ciò che è realmente opposto. Es. virtù - vizio.
(b) contraddittori, se uno toglie quello stesso che l’altro richiama. Es. virtù - non virtù.
(c) privativi, se uno significa la negazione di una forma posseduta dall’altro. Es. grande - piccolo.
(d) relativi, se i due termini indicano un particolare rapporto reciproco. Es. padre - figlio - superiore - inferiore.
Se i termini non si richiamano né per opposizione né per connessione essi sono estranei (impertinentes).

Definizione e divisione del termine

La definizione
Si dà una definizione della definizione: è un complesso di parole che dà il significato di qualcuno o di qualcosa. Es. L’uomo è un animale razionale: animale razionale è la definitio, uomo il definitum.
Una definizione può essere nominale o reale. La prima non è una vera e propria definizione: essa più che spiegare la cosa, tende a spiegare la parola che designa la cosa attraverso la traduzione (Es. Vir è uomo) o la volgarizzazione (Es. Cloruro di sodio è il sale da cucina) o la esplicazione della terminologia di questa parola (Es. Philosophia è l’amore della scienza).
La definizione reale è una vera definizione poiché spiega proprio il contenuto della parola. Conosciamo tre specie di definizioni reali.
La definizione essenziale è quella che spiega la cosa dando gli elementi che compongono l’ente da definire. Se enuncia gli elementi fisici del “definitum” viene a chiamarsi essentialis phisica; se invece enuncia gli elementi metafisici assume la denominazione di essentialis metaphisica. Es. Una pittura è tela e colori.
Ho una definizione fisica se dico: l’uomo è ciò che consta di corpo coll’anima; ho invece una definizione metafisica quando dico: l’uomo è un animale razionale.
La definizione causale è quella che esplica la cosa indicando la sua causa (efficiente - finale - esemplare). Es. Il miele è il prodotto delle pecchie; il fucile è arma di offesa; il ritratto è la riproduzione di un individuo.
La definizione descrittiva: è quella che esplica la cosa enunciando le sue note essenziali. Es. Il libro è carta stampata e rilegata.
Regole per una buona definizione.
Essa deve essere più chiara del termine che è definito. Una buona definizione esige che il predicato sia convertibile con il soggetto; comunque deve essere breve; inoltre non deve ordinariamente essere espressa in forma negativa per quanto si può deve essere espressa in forma scientifica.

La divisione logica

La divisione logica (non matematica) può definirsi: oratio totum aliquod in suas partes distribuens. E’ un discorso che distribuisce qualcosa in più parti stabilite mediante una operazione mentale. Ciò che si divide è il “divisum”; le parti invece sono le “dividentia”. Il rapporto sotto il quale si opera la divisione è il “fundamentum”. La divisione più comune è la divisio per se, nella quale tutto l’essere nel suo contenuto reale viene diviso. Questa però richiama tre specie di divisione.
(1) Divisione soggettiva. In questo caso la cosa, per quanto divisa, rimane integra e perfetta nelle parti dividenti. Es. I libri si dividono in istruttivi e ricreativi. (Il concetto di libri rimane immutato nelle due categorie) Le parti di questa si dicono soggettive.
(2) Divisione integrale. Si ha quando ciò che si divide non è presente completo ed integro nelle sue parti. Es. Il libro si divide in capitoli - (il libro non rimane nel capitolo). Queste parti sommate insieme formano il tutto, perciò si dicono integranti.
(3) Divisione potestativa; questa divisione è più rara; si ha quando ciò che si divide rimane presente nelle parti dividenti con tutta la sua essenza, ma non con tutto il suo potere; es. l’anima si compone di intelletto e volontà. Nelle due facoltà è presente tutta l’anima, ma non tutta la sua virtù.

Oltre alla divisione “per sé” abbiamo anche una divisione “per accidens”. Questa si verifica quando il soggetto è diviso in accidenti; es. gli uomini si dividono in bianchi negri...; quando gli accidenti si dividono in soggetti; es. il bianco si trova nella neve, nel latte, nella carta ecc...; quando gli accidenti si dividono in accidenti; es. ciò che è bianco si divide in dolce e amaro...


Da Lezioni di logica

Cominciamo con questo procedimento logico:

I delfini sono mammiferi.
I delfini sono abitanti dei mari.
Qualche abitante dei mari è un mammifero.

In questo procedimento i termini sono tre:
delfini, abitanti dei mari e mammiferi.
Tre sono ancora le proposizioni che compongono il ragionamento: le due premesse (i delfini sono mammiferi – i delfini abitanti dei mari) e una conclusione (qualche abitante dei mari è un mammifero).
L’intera struttura ripropone ciò che vale per il principio di identità: due cose uguali ad una terza sono uguali tra di loro.
Il principio di identità si integra con il principio di discrepanza.
Due cose delle quali nessuna o una soltanto delle due si identifica con una terza sono differenti tra di loro.
In tutto questo è evidente l’aspetto ternario di ogni ragionamento.

I termini presenti in un ragionamento (che d’ora in avanti chiameremo raziocinio) sono il termine maggiore, il termine minore e il termine medio.
La dinamica di questa operazione logica consiste nel confrontare il termine maggiore con termine medio, e ancora il termine minore con quello medio.
Nella frase conclusiva non compare più il termine medio (come se avesse già esaurito la sua funzione di intermediario e si confrontano in un giudizio finale il termine maggiore con il termine minore).

 

Termine (dal latino terminus – limite, confine), in logica è il polo d’inizio e il polo di fine di una frase: soggetto e predicato sono i poli della frase logica. Il termine può essere chiamato parola, apprensione (ciò che viene appreso), concetto (in quanto concepito dalla mente), idea. Può essere espresso con una parola sola (a), con un epiteto (b), con una perifrasi (c), arricchito da una apposizione ininfluente nella funzione logica o specificato mediante una frase interna al discorso (d).
Esempi:
(a) Garibaldi.
(b) L’eroe dei due mondi.
(c) Quello che guidò la spedizione dei mille.
(d) Il generale che indossava una camicia rossa e sul cui valore esistono diverse valutazioni.

Da rimarcare che in tutti questi casi, il termine è uno solo: Giuseppe Garibaldi.

I termini nella proposizione possono essere efficaciemente rappresentati da un segmento di retta, dove il segno iniziale ed il segno finale identificano i due termini corrispettivi: soggetto → predicato.

Come si arriva a quantificare il soggetto:
Il soggetto può essere universale (a), particolare (b), singolare (c).
(a) Tutti i delfini;
(b) Qualche delfino;
(c) Quel delfino lì.

Per quanto riguarda il termine universale ed il termine particolare bisogna tenere presente che l'articolo determinativo basta a rendere la quantità del soggetto: dire "tutti i delfini", "ogni delfino" o, semplicemente "i delfini" è, in effetti, del tutto equivalente; mentre, l'articolo indeterminativo "un" o, l'espressione partitiva "dei", basta a dare una connotazione particolare alla parola. Per cui, dire "qualche delfino", "alcuni delfini" o "dei delfini" è la stessa cosa.

Comprensione ed estensione.
La comprensione è il complesso delle note individuanti riferibili ad un individuo. Quando dico "uomo", sottintendo queste note individuanti: ente, vivente, senziente, razionale. L'estensione, invece, è l'insieme degli individui riferibili allo stesso termine: quando dico "uomo", sottintendo, praticamente, tutti gli abitanti del pianeta. Ora dobbiamo fissare una regola fondamentale in cui sono correlate l'estensione e la comprensione.

Quo maior comprehentio, eo minor extentio.
Tanto maggiore è la comprensione, tanto minore è l'estensione.
Quo maior extentio, eo minor comprehentio.
Quanto maggiore è l'estensione, tanto minore è la comprensione.

Ciò emerge chiaro da un'analisi applicata a questi due rapporti: gli uomini sono circa 6 miliardi, i viventi (proprio perchè questa categoria abbraccia anche gli animali e le piante) sono milioni di miliardi. Tutto questo è basato sul principio che tanto più è specificato il soggetto, tanto più è ridotta la capacità di essere applicato ad altri.

Come il predicato verbale può essere risolto in un predicato nominale.

Questa operazione è utile per identificare meglio il secondo termine della proposizione.

I delfini abitano i mari = I delfini sono abitanti del mare.

Divisione in rapporto alla relazione dei termini tra loro

Se si mettono in relazione più termini tra di loro riscontriamo che essi hanno o non hanno connessione, hanno o non hanno opposizione reciproca.
I termini che hanno una connessione si dicono connessi (pertinentes sequela) se uno include l’altro. Es. uomo - animale - oppure se l’uno equivale l’altro. Es. razionale e risibile.
I termini dei quali uno esclude l’altro si dicono opposti ( pertinentes repugnantia). I termini opposti possono essere:

  1. contrari, se uno di questi non solo toglie ciò che l’altro richiama, ma pone ciò che è realmente opposto. Es. virtù - vizio.
  2. contraddittori, se uno toglie quello stesso che l’altro richiama. Es. virtù - non virtù.
  3. privativi, se uno significa la negazione di una forma posseduta dall’altro. Es. grande - piccolo.
  4. relativi, se i due termini indicano un particolare rapporto reciproco. Es. padre - figlio - superiore - inferiore.

Se i termini non si richiamano né per opposizione né per connessione essi sono estranei (impertinentes).

Suddivisione secondo la perfezione o il modo

Sotto il rapporto della perfezione (o il modo) il termine si distingue in:
chiaro: designa chiaramente la cosa alla quale viene applicato; in caso contrario il termine è oscuro.
distinto, se richiama le principali note della cosa; altrimenti abbiamo un termine confuso.
adeguato (o completo) se richiama tutte le note della cosa designata; in caso diverso il termine è inadeguato.
Razionale e corporeo può essere un termine chiaro ed anche distinto in quanto designa chiaramente e precisamente l’uomo, ma non abbiamo un termine adeguato (nel senso più rigoroso) perché omette altre proprietà presenti nell’uomo.
Di primaria importanza è la suddivisione del termine in: univoco, equivoco, analogo. Univoco è il termine che conviene a più cose nel medesimo senso senza possibilità di errore. Questo termine designa le cose né erroneamente né approssimativamente, ma precisamente. Es. “animale” che conviene alla tigre come al bue. Equivoco (o anche ambiguo) è quel termine che si applica a più cose, ma in senso del tutto diverso con possibilità e probabilità di errore. Es. “pianta” che è applicato a sostanza vegetante, alla base del piede, al grafico edile.

N.B.
Il termine equivoco, qualora il suo senso non risulti precisato dal contesto, non si può usare perché polisenso. Analogo è il termine che è applicato a più cose secondo un rapporto in parte identico, in parte diverso. Esso non designa più cose chiaramente, ma neppure erroneamente. Se un termine è applicato a più cose secondo un rapporto di dipendenza che sussiste tra più cose, abbiamo un termine analogo di attribuzione: Assassina è l’arma e la mano o la volontà dell’uccisore, ma questa propriamente, quelle in quanto dipendono da essa. Se un termine è applicato a più cose secondo un rapporto di somiglianza, abbiamo il termine analogo di proporzione. L’occhio vede come l’intelletto nel senso che il rapporto che c’è tra l’occhio e l’oggetto sensibile c’è in qualche modo anche tra l’intelletto e l’oggetto intelligibile. Se il rapporto di somiglianza è reale (fondato sulla realtà) l’analogia è propria; se è arbitrario o artificiale (come nelle metafore) l’analogia è impropria.

In rapporto alla comprensione

Il termine può presentarsi in binomi oppositivi:
(a) semplice: se non ha parti. Es. Monte.
(b) complesso: se è composto di più parole. Es: Monte alto.
(a) concreto,
(b) astratto (es. grandezza)
(a) denominativo: se la parola deriva da un’altra. Es. giusto (da giustizia)
(b) denominante: se da questa parola ne deriva un’altra. Es. giustizia (da cui giusto)
(a) Termine di prima intenzione: se risulta dalla immediata considerazione della cosa. Es. uomo, cappello, lapis ecc...
(b) Termine di seconda intenzione: se risulta dalla considerazione riflessa della cosa. Es. predicato, soggetto, genere ecc...

N.B.
Questa distinzione è fondamentale nella logica che è chiamata anche: la scienza delle intenzioni. E’ quindi opportuno averne una nozione chiara. Ho un termine di seconda intenzione quando la mia mente ritorna su un concetto e ne precisa il valore o la funzione logica.
Es. Pietro è un uomo. Pietro e uomo sono due termini, che semplicemente designano realtà precise: sono due termini di prima intenzione. Quando però ritornando all’analisi del contenuto, chiamo Pietro soggetto, termine singolare, chiamo “uomo” predicato, genere. In questo caso io uso termini di seconda intenzione.

Estensione

Al termine “uomo”, che “comprende” il massimo delle note corrisponde il segmento più breve: vivente, che conta meno note, ma un segmento più esteso. In realtà il termine vivente si applica non solo agli uomini, ma anche agli animali e agli altri viventi. Il termine “sostanza”, che ha la minima comprensione, ha invece la massima “estensione” abbracciando tutta la gamma degli esseri.
In rapporto all’estensione il termine può essere:
Singolare: se si riferisce esclusivamente ad un individuo. Es: Giovanni; il Temporeggiatore ecc...
Comune: se può essere riferito a più individui separatamente. Es. uomo.
Tuttavia il termine comune può divenire facilmente singolare mediante l’aggiunta di un aggettivo dimostrativo, Es. questo uomo, o mediante una denominazione particolare, Es. l’uomo d’acciaio.
Il termine comune diventa invece particolare applicando ad esso un aggettivo indeterminato. Es. un certo uomo, qualche uomo.
Collettivo: se si può applicare ad un complesso di esseri, ma non a ciascuno di essi separatamente. Es. turba - flotta.
Così per indicare un gruppo di lavoro composto da più persone, si dice: equipe, team, staff. In campo animale: branco, gregge.

Divisione del termine in rapporto alla estensione ed alla comprensione

Nella logica l’estensione e la comprensione hanno una importanza notevole.
L’estensione è il complesso dei soggetti a cui il termine può essere riferito.

Complexus subiectorum quibus terminibus convenit.

La comprensione a sua volta è il complesso delle proprietà, che il termine necessariamente richiama in quanto sono da esso possedute.

Complexus notarum quibus significatio termini constat.

L’estensione dice ordine alla superficie; la comprensione alla profondità. L’estensione del termine uomo è data dalla universalità degli individui, ai quali può essere riferito il concetto di uomo.
La comprensione del medesimo termine uomo è data da tutte le note, che si riscontrano in esso: esistenza - sostanza - vita - razionalità ecc...
C’è una norma particolare, che mette in evidenza il mutuo rapporto, che corre tra estensione e comprensione. Essa può essere fissata in questi termini:
L’estensione è inversamente proporzionale alla comprensione. Per conseguenza: Quanto maggiore è l’estensione tanto minore è la comprensione e viceversa.

Esoterico ed essoterico

Non esiste in filosofia una coppia di termini foneticamente così simili  (si differenziano per  una s in meno o in più) e che presentino un significato così diverso. Perfino opposto. Esoterico, già nell’antichità, stava ad indicare un insegnamento indirizzato agli iniziati. Essoterico stava ad indicare un insegnamento esteso ai profani. C’è la differenza che esiste tra interno ed esterno, riservato e divulgato. Nella disciplina ascetica erano impiegati per definire il limitare che esiste tra l’arcano e il manifesto, il mistero e tutto ciò che è evidente.
Nella Scuola di Pitagora i due termini rappresentano due tappe di una ascesi intellettuale, in Aristotele essoterico e esoterico sono due gradi della scienza filosofica.