Il termine può essere univoco, equivoco e analogo. Nel linguaggio traslato il termine analogo è spesso presente. Esso dà luogo alla similitudine, alla metafora e all'allegoria, dove ad un soggetto viene attribuita una proprietà che compete ad un'altra realtà, come quando si dice quella persona è un'aquila, oppure, quella persona è un'oca. Quanto al termine equivoco, è proprio questo che è più impiegato per generare una situazione di comicità. Leggiamo le parole con cui il grande umorista inglese J. K. Jerome dedica alla sua ardente amica. Qui domina l'analogia e l'equivoco le fa compagnia.

Alla carissima e prediletta
AMICA
dei miei giorni più belli e dei miei giorni neri,
all'amica che ha finito per diventare
la mia più ardente compagna.
Alla compagna delle mie ore oziose,
Alla consolatrice delle mie pene,
alla confidente delle mie gioie e delle mie speranze,
alla mia vecchia e gagliarda
PIPA
questo libriccino è dedicato
con gratitudine e affetto.

 

Non dobbiamo pensare che il linguaggio logico sia una cosa e il linguaggio figurato, un'altra. Infatti è possibile scoprire, perfino nell'espressione poetica, una fibra interna che lega un'immagine ad un concetto. In questi versi la funzione della parola è rapportata a quella della freccia munita di una punta e di una piuma.

La freccia e la parola.

Come la freccia la parola:
ha una punta in cima
ed una piuma in fondo,
in cima la ferita,
in fondo la carezza.

Come in amore così in guerra:
tendi la corda sul tuo proprio petto.
Solo se parte dal tuo cuore
raggiunge un altro cuore
la freccia e la parola.


Traslati

A questo punto proviamo ad elencare alcune specie di traslati che fanno parte del linguaggio emotivo:

LA METAFORA
E’ il traslato per cui un vocabolo viene trasportato da un significato ad un altro in forza
di un rapporto di somiglianza:

- “Essere sulle spine” uguale a: “Trovarsi in una situazione di angoscia”

- “Le stelle scintillano” - “La luce delle stelle si produce con una certa vibrazione”

- “Ha un cuore di pietra!” - “E’ impassibile e insensibile di fronte alla sofferenza del prossimo”.

L’ALLEGORIA
L’allegoria è una specie di metafora continuata:

- “Afferra il tuo arco. Scegli dalla tua faretra le frecce più acute, tendi la corda sul tuo petto e mira dritto al cuore: in guerra e in amore devi fare proprio così!”.

L’IPERBOLE
L’iperbole è un traslato in cui la cosa o il fatto viene presentato in modo volutamente esagerato:

- “Tocco il cielo con le dita”, “Arrivò in un baleno”,
“Fu una vera mazzata tra capo e collo!”.

LA LITOTE
La litote è una figura retorica che consiste nell’affermare un concetto negando il suo contrario. - “Non è un coniglio” – per dire che è molto coraggioso; “Non sta con le mani in mano”– per dire che è una persona molto attiva; dicendo di uno che è “un’aquila” costruia-mo una metafora al positivo (è una persona di grande acume). Dicendo invece “non è un’aquila” abbiamo una litote che implica un concetto opposto (è una persona di scarsa intelligenza).

L’ANTONOMASIA
L’antonomasia è il traslato per cui una persona o una cosa viene designata non con il suo nome ordinario, ma con un nome che ne indichi una qualità importante e particolarmente appropriata.

- “Un mecenate: detto di persona disposta a sostenere gli artisti (Mecenate era appunto un personaggio storico dell'antica romanità, noto anche per le sue elargizioni destinate alle opere d'arte); il mister: è l’allenatore di una squadra di calcio; l’eroe dei due Mondi: per designare Giuseppe Garibaldi”.

L’EUFEMISMO
L’eufemismo è un procedimento espressivo, molto comune anche nel linguaggio corrente, che consiste nel sostituire parole o espressioni troppo crude con altre di tono attenuato (dal Grande Dizionario Garzanti).

Come esempio introduciamo la parola “morire”:

- “Egli morì”; ecco come si può trasferire il significato con diverse perifrasi:
“Passò a vita migliore”, “Chiuse la sua giornata terrena”, “Dette l’ultimo respiro”,
“Si spense” (in questo caso si allude alla luce che la persona aveva irradiato in vita),
ma anche “Tirò il calcetto”, “Ha tirato il calzino”, “Ha smesso di patire“.

EUFEMISMI NEI GIUDIZI SCOLASTICI
L’eufemismo ha avuto la sua celebrazione in campo scolastico dopo il ’68, quando i docenti erano chiamati a consegnare alla commissione esterna un giudizio sull’alunno; si trattava di dare una versione addomesticata di una valutazione sostanzialmente negativa. Ecco che cosa venne fuori dal profilo scolastico di uno studente; costui passava la maggior parte del tempo nei pub e nelle discoteche. Sapeva tutto, ma proprio tutto, su le motociclette di grossa cilindrata. In compenso sapeva sbirciare sugli elaborati dei suoi compagni; copiava come un dio!
“Dominato da interessi extra-scolastici [il che suona come una nota di merito!], si applica con una certa discontinuità alle diverse discipline scolastiche. Eclettico [già l’etimo richiamerebbe l’idea del ladro, ma anche qui suona come una nota positiva!].
Ripone molta fiducia nell’operato degli altri e sa avvalersi dei loro apporti [copia come un dio!]. Le sue propensioni sono indirizzate ad un lavoro di gruppo”.

A proposito di uno studente che apparteneva ad una famiglia dove non entrava mai un libro, si annotava semplicemente che proveniva da un entroterra che non l’avvantaggiava sul rendimento scolastico. Di un figlio unico, anche un pò viziato dai genitori, veniva detto che pagava la sua condizione di essere l’unico figlio in una famiglia abbiente.
Se un ragazzo aveva già manifestato nelle interrogazioni ripetuti episodi di “scena muta”, si notava la cosa con espressioni come questa: “A volte rimane bloccato”, “Accusa vuoti di memoria”, “Persona eccessivamente sensibile e circospetta si chiude in un silenzio riflessivo. Non è ancora consapevole delle proprie risorse".
"A volte risponde alle domande con uno sguardo di supplice interpellanza (appello alla pietà dei docenti!)".
Di uno studente che risultava provveduto di qualità scolastiche si poteva leggere: "Le sue qualità sono tutte da scoprire!”.

C'è da dire che a stendere questi giudizi eufemistici erano chiamati i colleghi più pespicaci. Costoro attesero a questo compito che esercitarono con una certa sportività; si sentivano remunerati dal risultato stesso di certe acrobazie basate appunto sul gioco dell'eufemismo.