QUATTRO
LEGGENDE
- La leggenda del
Cavaliere Mur
- La
leggenda del Principe Padule
- La
leggenda del pastore Nadir
- La
ragazza che aspettava un nome
La
leggenda del cavaliere Mur
Molti anni addietro, ma quanti non si sa, la luna si abbassò.
Si abbassò fino a toccare il mare. Dalla luna fu visto
scendere, anzi sbarcare, un cavaliere. Cavalcando un cavallo
verde come la fiamma del fosforo, percorse la strada di luce
che in quel momento congiungeva la luna con la terra, come se
fosse stato calato sul mare un ponte levatoio d’argento.
Lui si fermò sulla riva del mare solo per raccogliere
una conchiglia circondata di guglie e di cuspidi bianche; l’accostò
al suo viso per ascoltare. O forse per dirle qualcosa. Poi galoppò,
galoppò. Nessuno potrebbe dire il cammino che fece per
trovare quello che cercava e per cercare quello che trovò.
In mezzo al Sahara, che è l’asciutto fondale del
gran cielo, vide finalmente la Rosa del deserto, la figlia della
roccia e del vento. Fu qui che il cavaliere Mur fermò
il suo cavallo, verde come la fiamma del fosforo. Intorno a
questa pietra seppellì, strappando dal suo mantello i
cinque fermagli, cinque semi di dattero che avevano il colore
e la durezza dell’ambra. Dopo aver deposto la conchiglia
al suo fianco, cadde in un sonno che fu lungo come la sua corsa.
La luna si abbassò più volte sul deserto fino
a toccare con le sue vele bianche le grandi onde di sabbia per
riavere il cavaliere. Gli sollevò più volte turbini
più forti del vento. Riuscì solo a rapirgli il
mantello che ora volteggia nel cielo ed è eclissi ogni
volta che il mantello di Mur passa davanti alla luna.
Quando il cavaliere si svegliò, una grande selva di palme
si era formata nel disegno della Rosa e in mezzo alle piante
di dattero c’erano case che avevano guglie e cuspidi come
le hanno le conchiglie marine. E’ l’oasi di Mur;
chi la trova non l’abbandona più. Lui stesso sparisce
agli occhi dei suoi e invano si incamminano carovane alla sua
ricerca, perché, dicono gli arabi, la freccia nel cielo,
la barca nel mare e il passo del viandante nel deserto non lasciano
traccia.
La
leggenda del Principe Padule
Questo ragazzo, di nome Padule, venne alla luce prima del tempo.
Lui non conobbe la madre perché quando lui nacque fu
causa morte per lei che lo dette alla luce.
Aveva sett’anni quando comparve il suo male: a volte un
tremore scuoteva il suo corpo; allora volgeva gli occhi all’indietro
e diceva parole che non avevano senso per chi l’ascoltava.
Un vero peccato che un figlio di rara bellezza facesse paura
a chiunque sapesse del mal della luna…
Decisero insieme di averlo lontano. A dodici anni appena compiuti,
come fu bravo a montare a cavallo, fu dato a un vecchio scudiero,
che lo portasse ad una piana allagata, perché la sua
gente diceva che aveva un angelo nero al suo fianco (o forse
di dentro).
Giunto sul labbro del lago, così gli parlò quel
vecchio scudiero: “Mi spiace, ragazzo, lasciarti qui da
solo; questa è la cetra per la tua compagnia, questa
è la spada che occorre per via e questo è l’anello
del tuo principato. Ragazzo, mi spiace; io spero per te che
resti al tuo fianco un angelo bianco”.
Cacciato dal regno, bandito dai suoi, errò vagabondo
per trenta e più cicli di luna. “Quello che vedo”,
disse a quel lago, “cielo non pare e terra nemmeno. Son
ritornato nel ventre materno e qui voglio dormire per il tempo
che ancora mi manca, dato che nacqui prima che fossero nove
i mesi compiuti”. La luna lo vegliò, la luna lo
sanò e lui decise di non staccarsi mai da quella terra.
C’è chi l’ha visto col suo mantello rosa,
c’è chi l’ha visto col suo mantello nero;
il principe Padule compare all’alba, in pieno giorno e
quando la notte è fonda.
E c’è chi dice di sentire, a volte, tra i giuncheti
un suon di cetra; pare un arpeggio che sembra incominciare una
canzone.
La
leggenda del pastore Nadir
Viveva in Oriente un pastore sapiente. Nadir, si chiamava. Pur
non avendo mai contato le pecore del suo gregge, le conosceva
tutte ad una ad una.
Molte erano tutte e tutte erano molte e, non sapendo più
inventare un nome per ciascuna, lui le chiamava coi nomi delle
stelle. Lo riconoscevano tutte da vicino e da lontano e non
c’era nessuna che non cercasse le sue mani più
della biada scelta, più della lupinella in fiore. Strusciando
il loro vello sul fianco, avevano imparato con questo stesso
gesto a dargli una carezza e averla anche da lui.
Ma come venne il tempo di caligini dense e di nebbie lanose,
e si levò la corsa dei venti inseguiti che hanno voci
e richiami assai difficili ad intendere insieme, vide che gli
mancò tra tutte una costellazione intera: l’ariete
più bello, l’ariete più forte e le sue dolci
compagne. Dove saranno? Cento e più volte le chiamò
per nome. Le chiamò sul rio della profonda valle; dai
sentieri della collina perché l’ariete tornasse;
dalle frontiere dei boschi perché lui conducesse le sorelle.
Ma dove saranno?
Scrutò perfino in cielo dove scorrono le candide ombre
di tutte le mandrie.
Nadir tolse tutti i campani dal collo dei capomandria e li legò
ai rami di un salice rosso per dare una voce ai venti della
sera.
Attese poi a lungo. E invano supplicò.
E come fu sicuro che non ci fosse nessuno che lo sentisse ormai,
pianse a dirotto per questo tradimento.
Poi, ripensando quanto fosse ingiusto il suo dolore, giurò
davanti al sole che non avrebbe più cercato e avrebbe
abbandonato le pecorelle vaghe ad un destino infame ed errabondo.
Come decise di fare ritorno, lo seguivano le altre, moge moge;
molte ora gli sembravano poche, perché soltanto tutte
sono molte.
Vide l’ovile. E il vincastro gli sfuggì di mano…
L’ariete più bello, l’ariete più forte
era là, quieto e accoccolato, e intorno le sorelle a
testa china a digrumare la noia di una troppo lunga attesa.
Non erano nel gregge, ma erano nell’ovile. Sorrise il
pastore sapiente sulla sua sapienza. Chi cercava lo stava aspettando.
Chi aveva chiamato non poteva venire perché era già
giunto. Era arrivato prima di lui chi aveva pensato lontano.
Questo sorriso lo rese più sapiente ancora.
La ragazza che aspettava un nome
La chiamavano la figlia dell’orda, perché era nata
da una donna che faceva la cuoca ad una banda di soldati di
ventura. Sette mesi questi uomini erano rimasti in un casolare
di campagna abbandonato per via della peste.
Quando ritornò la stagione delle guerre, suo padre partì
con tutti gli altri. L’unica cosa che fece prima d’andar
via fu quella di piantare un ciliegio sul ciglione che guardava
la valle. Disse: “Questo ciliegio mi farà da segnale
quando ritornerò per dare un nome alla creatura che nascerà;
ritornerò per mangiare le ciliegie”.
Come crebbe, la figlia venne a sapere che suo padre era in giro
per il mondo e sarebbe tornato per mangiare le ciliegie; ma
intanto, un nome, non ce l’aveva.
Da piccina non era stata portata al Fonte perché suo
padre non era tornato per darle un nome; il ciliegio fiorì
e fece ciliegie rosse e polpose, ma lei non ebbe il Crisma sulla
fronte e non fece la Comunione come le altre, perché
non era stata al Fonte dove si mette un nome.
Un giorno sua madre le parlò così: “Ascolta:
il ciliegio è grande, ma lui non si vede; vado a vedere
se lo vedo. Io, bisogna che vada; ma tu ricordati del ciliegio”.
E così rimase sola, senza nessuno che la potesse chiamare
per nome. Un giorno sentì suonare le campane a festa;
dopo tre doppi ci fu una campanina che suonava a sola e pareva
chiamasse proprio lei. Allora prese il velo e, tutta scalza,
corse verso la Pieve; ma sulla porta trovò uno con cappa
e sanrocchino che le disse: “Tu in chiesa non ci puoi
entrare prima di ricevere i sacramenti”. Lei sospirò:
“Per ricevere i sacramenti devo prima entrare in chiesa
e per entrare in chiesa devo prima ricevere i sacramenti…
Come sta?”. Una donna la chiamò a parte e parlò
chiaro: “Ma lo sai o non lo sai che non sei cristiana
e sarà difficile che tu trovi uno che venga a cercarti
per sposarti? Prega almeno che si facciano vivi i tuoi genitori!”.
Passava ore ed ore sul ciliegio ad aspettare che suo padre tornasse
per darle un nome. Anche di notte saliva sull’albero;
di giù, a volte, la vedevano restare sopra fino a che
la luna non rimaneva impigliata sui rami. I suoi occhi erano
fissi su tutti i sentieri della valle; perché non sapeva
da che parte lui dovesse tornare.
Le ciliegie, le venivano a mangiare i passerotti, i merli e
i colombi. Ma di dove venivano questi colombi?
Quando capì che né suo padre, né sua madre
sarebbero più tornati, disse: “Sventura! Sventura
a questa creatura!”. E non si asciugò più
le lacrime.
Morì che il ciliegio non aveva vent’anni, per una
spina che s’era conficcata in un calcagno, dato che andava
sempre scalza. Un boscaiolo che passava da quelle parti, la
trovò sdraiata nella capanna con una croce di gelso in
mano.
Allora segò un ramo del ciliegio e ci fece delle tavole
che mise insieme a formare una bara. E così sistemò
la morta in una grotta di tufo. Ma il legno non era stagionato
e allora dai suoi nodi cominciarono a grondare lacrime come
gocce d’ambra.
Due anni passarono ancora prima che una cercatrice d’erbe
vedesse questi nodi che parevano occhi che piangessero ancora.
Chiamò gente a vedere. Quando andarono per aprire, s’accorsero
che le api avevano stuccato con la cera tutte le fessure della
bara. Levato il coperchio, sentirono un profumo d’acacia
e di tiglio. S’accorsero che le pecchie avevano fatto
un favo di miele proprio al suo fianco e sulle sue labbra videro
delle stille di miele. Più fresca e più bella
di così una fanciulla non poteva essere.
Allora il popolo si riunì sul sagrato della Pieve per
sapere dal prete cosa fosse giusto fare e pensare. C’era
in quei giorni in canonica un vecchio maestro che aveva insegnato
cinque anni a Pavia e quindici a Salamanca; e tutti domandarono
a lui se bisognava fare qualcosa e cosa. Prima di parlare, li
guardò ad uno ad uno. “Così, su due piedi,
non ho una risposta per voi; ma se avete deciso che io decida
per tutti, bisogna che io passi una notte in preghiera e un
giorno a pensare. Dovete tornare all’ora dei Vespri, domani”.
Dopo aver passato una giornata a pensare ed una nottata a pregare,
fece suonare la campana del Vespro e così parlò
il vecchio maestro: “Questo accade sul legno verde: che
i nodi sembrano piangere. Ma cosa significa questo per voi?
Significa che questi occhi piangono su di voi, figlie di Gerusalemme,
piangono per voi che non avete saputo piangere su questa figlia
del popolo. Quanto alla cera che ha chiuso la sua bara, vuol
dire che madre natura ha provvisto a dare sepoltura a questa
creatura. Due poi sono i significati delle stille di miele che
sigillano le labbra. Uno è che dalla bocca venne su gli
altri la sapienza che è dolcissimo sostentamento dell’anima.
L’altro è che la persona tanto olezzò del
profumo di castità, che le sue labbra ebbero per le api
il richiamo di un fiore; il secondo mi pare meglio s’adegui
a questa ragazza”.
Gli domandarono se poteva essere sepolta in camposanto e se
bisognava suonare a morto.
Rispose: “Se il camposanto è per i battezzati allora
seppellitela in chiesa! Vi dico, però, che è battezzata.
E come, ve lo spiego così: c’è il Battesimo
d’acqua ed è quello che tutti noi abbiamo ricevuto;
c’è poi il Battesimo di sangue ed è quello
dei martiri; c’è infine quello di desiderio ed
è quello che ha ricevuto questa figlia di Dio. Portatela
in Chiesa e non suonate a morto; suonate a festa!”
Allora si formò una processione di popolo; dodici ragazze,
che si davano il cambio, portarono la bara fino alla Pieve,
mentre le campane suonavano a festa. Fu posta in un’urna
vicino all’altare della Madonna, dove giace ancora intatta.
La misero a nome Fiorella. Fiorella in quella Pieve è
invocata contro la grandine, i fulmini e i turbini della tempesta
e viene onorata come protettrice degli alberi da frutto e di
tutto ciò che ha nome fiore.