LUCIANO MARRUCCI
Novelle, Racconti, Piccole Storie
 





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La penna
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Vanni della
Melagrana


Teatro

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La nostra
"Galleria"






Vanni della Melagrana

I

Nelle calde notti d'estate la gente di Faggeto guardava verso la casa dei conti e, vedendo la solita finestra illuminata, faceva: "Che ci farà 'il poeta' tutto solo a quest'ora della notte?'
Rammentavano che, in occasione delle feste, da quei finestroni usciva una gran baldoria di luci e di schiamazzi; erano le notti in cui il clamore degli ospiti faceva ammutolire il trillo dei grilli orchestrali e il chiarore delle lampade mandava al buio la corsa delle lucciole. Di tutte quelle flnestre ora ne era rimasta accesa solo una: quella della torre dove lui stava a vegliare fino a tardi. "Che ci farà il poeta a quest'ora? Ha voglia di vegliare quel povero ragazzo! Acqua passata non macina più!"

Ciò che rimaneva del vecchio molino, i ragazzi lo potevano vedere andando controcorrente lungo il greto del flumiciattolo, che attraversava la villa dei conti della Melagrana.
Ad un certo punto appariva un'arcata fatta di pietre miste a mattoni oltre l'arcata c'era un antro allagato dove l'acqua era lucida e nera; l'acqua riluceva come una pupilla aperta nell'oscurità.
Veniva dal dentro un odore che non era un puzzo, né un profumo: un fiato che invitava a entrare. Camminando sui bordi del tonfo si scorgeva il castello del molino fatto di travi di quercia purgata; poi uno incominciava a vedere la grande ruota. Tutta sconnessa e inclinata da una parte, mostrava le pale che le erano rimaste: denti di sorbo consunti dall'uso e, ancora più, devastati dalla quiete.

Nelle stagioni secche grondavano dall'alto delle gocce d'acqua che andavano a cascare nella gora dell'antro; allora delle note risuonavano e sfumavano come se
uno toccasse a casaccio le corde di un'arpa: un blem-blem-blem triste o allegro a seconda che l'arpeggio cominciasse dalla nota più alta o da quella più bassa.
Nelle stagioni piovose era differente. L'acqua della gora di sopra premeva sul tavolato e filtrava attraverso le connettiture e le fessure delle tavole umide. La piccola cascata faceva un rumore che, in quella grotta chiusa e isolata, diventava uno scroscio.

Ogni tanto succedeva, questo succedeva, che la ruota del molino, tentata così a lungo dall'acqua che la percuoteva, accennava a girare. Si muoveva. A stento e con pena, eppure accennava a partire. Allora si sentiva un ansito sonoro che finiva in un fischio simile a quello che esce da uno zufolo di latta: così veniva fuori una specie di raglio di somaro in amore. Soltanto per un po' il molino tornava a cigolare; qualcosa intanto succedeva nella stanza di sopra: i vecchi ingranaggi mandavano un rumore di passi come se dei fantasmi calzassero zoccoli e, battendo i piedi, volessero divertirsi a impaurire la gente.
Poi ritornava a farsi sentire il medesimo scroscio. La solita cantilena, la solita canzone dove più voci parlano insieme senza far capire parola. Sembrava un pianto, anzi, un rimpianto verso un tempo lontano, deciso a non ritornare mai più. Una nostalgia che esiste per ciò che non esiste più.

Così l'acqua che cadeva nel tonfo, sembrava borbottare, fra un singhiozzo e una risata, una storia di quelle che non hanno né capo né coda.
I ragazzi, usciti dalla caverna e, ormai ritornati alla luce, si sentivano come rinati e restituiti al loro mondo. Abbagliati e quasi abbacinati dal sole, incantati dal silenzio, guardavano in alto verso la villa illuminata.
Ora che venivano da un viaggio entro il suo umido ventre, sentivano ancora di più il bisogno di scoprire cosa c'era di sopra. Il desiderio di risalire per vedere ancora. Per vedere e sapere ciò che viveva ancora e ciò che rimaneva ancora da scoprire oltre le siepi delle melegrane.

( continua )

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