Novelle, Racconti, Piccole Storie
 





Avemmaia
Preghierine
per i piccirulli



Fate festa con me!


C'è posta per te!


Libera uscita


La penna
maestra

Vanni della
Melagrana


Recita natalizia

Nova Abbazia


La nostra
"Galleria"



Invito ad uscire…

Invito ad uscire dal recinto scolastico.
Il gran portone della caserma si spalanca: si apre il gran cancello che chiudeva il perimetro delle esercitazioni. Ora la giovane recluta, a meno che non sia in punizione, può finalmente uscire.
Ma dove va? C’è una parola inglese che esprime bene il suo girovagare mosso da una curiosità che è gradevole appagare: sightseeing; noi Toscani diciamo semplicemente ‘ a zonzo ‘. Ecco dove va
il nostro soldatino: va a zonzo! Senza zaino, naturalmente…
Mi arrischio a dire che anche per la scuola dovrebbe avvenire, almeno ogni tanto, qualcosa di simile. La scolaresca dovrebbe uscire dalle aula per capire che oltre questo perimetro cominciano
il piccolo e ancora il grande mondo che la circondano. Ma non è così facile: i docenti e le docenti
pensano legittimamente alle responsabilità che si assumano nel prendere iniziative di carattere
extrascolastiche ( ma sono veramente extrascolastiche? ), per le quali un rischio da parte degli accompagnatori, anche se minimo, c’è, ad esempio, quando si tratta di affrontare il traffico urbano. Ma, se è per questo, le recenti cronache hanno dimostrato che anche dentro l’edificio scolastico, non siamo coperti in assoluto da certi rischi. Ci vorrebbe una liberatoria da parte dei superiori e anche da parte dei genitori. Occorre una accurata preparazione perché non si può andare senza un programma. Alcuni insegnanti-dieci e lode, che sono riusciti a superare certe difficoltà, non cessano mai di comunicare agli altri la stessa convinzione. una volta tanto smettiamo di ricorrere
alle solite fotocopie da incollare sul solito quadernone: una volta tanto facciamo riporre sotto il banco il libro di geografia e anche quello di storia per sapere qualcosa di più sulla nostra gente e sul nostro territorio.
Libera uscita! Senza zainetto,naturalmente….


Operazione Magica Val d’Egola

Mi colpirono due piccoli dipinti appesi nella bottega di un corniciaio.
I colori erano terzi e vivaci. Il paesaggio fondeva il manufatto dell’uomo con l’opera della natura. Alberi, piante e fiori avvolgevano le case e le abitazioni dell’uomo in paesaggi che sembravano già visti in qualche sogno.
Questi due quadri recavano la stessa firma: Giuseppe Landi.
Grazie ad internet potei rintracciare alcune notizie e il numero telefonico dell’artista. Ci si intese al volo. Io lo stavo invitando a venire nella Val d’Egola a ritrarre antiche pievi, vedute di tabaccaie ed altri aspetti pittorici di questa meravigliosa terra; la sua risposta, ricordo, fu immediata ed entusiasta.
Pochi giorni dopo ci ritrovammo insieme a percorrere crinali di colline, strade e viottoli che dalla valle ascendono verso l’alto.
Giuseppe Landi in questa calura estiva sentiva crescere ancora di più la sua febbre artistica. Poi incominciò a piazzarsi con il suo cavalletto nei luoghi precisi che sapeva scegliere solo lui. A dorso nudo (come Picasso nel chiuso del suo studio), protetto in qualche modo da un vecchio ombrello da pioggia, sostava ore ed ore impegnato nel suo lavoro.
C’era della gente che lo aveva osservato e si avvicinava facendo finta di passare per caso; i camionisti, che lo avevano scorto lungo il margine della strada, lo salutavano con piccoli colpi di “clacson” come dire: “Va bene così… va bene così!”.
I primi quadri sono stati appesi alle pareti della sala parrocchiale e hanno subito suscitato ammirazione e anche stupore.
Un’associazione locale ha individuato nelle opere di questo pittore un’interessante opportunità per promuovere l’importanza di questa terra, e ha così deciso di allestire una mostra monotematica che ha per argomento esclusivo gli aspetti pittorici di questa zona.


Citazioni

“Intorno intorno, i verzieri fortemente distinti dal verde capo delle ficaie; al piano, i campi nei quali il verde cedeva sempre più al giallo biondo, al giallo cenerino al polveroso della grande estate; di faccia, l’ondoleggiante leggiadria dei colli somiglianti a una fila di ragazze che présesi per mano corrano cantando rispetti e volgendo le facce ridenti a destra e a sinistra, - tutto cotesto viveva ardeva fremeva sotto il regno del sole nel cielo incandescente.”
Giosuè Carducci da “Le Risorse di San Miniato al Tedesco”

“Di ritorno dal campo di battaglia venivo afferrato dalla bellezza del paesaggio toscano. Semicelate dalle lunghe file di cipressi, risplendevano le facciate color ocra delle grandi ville.
La natura si avvicinava alla sua maturità.”
Von Senger Und Etterling, che parla delle colline assunte di San Miniato.

“All’improvviso quelle colline mi sembrarono gobbe di dromedari e di cammelli accovacciati dopo una lunga traversata nel deserto. Con il mutare delle stagioni, le groppe sembravano cambiare il colore della gualdrappa; si ha proprio l’impressione di trovarsi in mezzo ad un grande caravan-serraglio.”
Abbas Nullius. Note sulla campagna della Val d’Egola

Giuseppe Landi dipinge avvalendosi della raffinata tecnica d’artista e dell’attitudine contemplativa di un poeta.
“Quando dipingo un albero devo proprio pensare che dentro ci può essere un uccellino. Ecco perché i verdi degli alberi sono animati: sono animati perché abitati”. Insieme alla casa dell’uomo, Landi raffigura la natura come casa degli altri esseri. Lo fa con la tecnica dei macchiaioli; egli in fondo si definisce come l’ultimo macchiaiolo. Estimatore sincero degli espressionisti francesi, il Landi riconduce la sua maniera alla scuola toscana che fa capo al livornese Giovanni Fattori. Sulla sua tavolozza compaiono le macchie prima rubate dal paesaggio circostante e poi trasferite sulla tela con movimenti leggeri, ma sicuri.
Si ripresentano piccole o grandi chiese e rivivono le vecchie tabaccaie.
C’è una certa consociazione tra questi due tipi di edifici ed è nel colore del cotto e della stessa sagoma architettonica: in fondo anche queste possono sembrare chiese romaniche, ma anche tabernacoli sul crocevia, pini e cipressi sullo sprone di una collina capaci di legare come una fibbia il manto di un intero paesaggio.
Qui storia e natura si fondono e tendono insieme a diventare veramente un paesaggio interiore.

L.M.

Giuseppe Landi si presenta:

“In arte sono un autodidatta e mi sento figlio di tutti i maestri livornesi. Di mamma una sola e sottolineo madre natura che è sempre stata la mia musa ispiratrice. Tutt’oggi dipingendo dal vero nella magica Val d‘Egola mi sono messo in ascolto dei suoni del lavoro quotidiano, ho assaporato gli odori dei borghi, dei campi e dei colli boschivi coronati da chiese e pievi.
Per questa gioia ricevuta è doveroso un ringraziamento a tutta la comunità che indirettamente ha collaborato alla realizzazione dell’esposizione.”

Giuseppe Landi

Qui di seguito riportiamo alcune suggestioni (suggerimenti), per alcuni programmi di libera uscita.

Alcuni luoghi collegati al tema del turismo a San Miniato.

Le fonti alle fate
Ecco un posto la cui stessa denominazione ha un significato lirico e evocativo capace di attirare qualunque visitatore. In realtà sono in molti i sanminiatesi che non l’hanno mai visto; c’è di più: anche per coloro che già lo conoscevano è un problema ritrovarlo. La macchia seppellisce ogni cosa. Non esiste una guida; non rimane un tracciato; mancano indicazioni. Le fonti alle fate a San Miniato resistono solo come nome, anche per le scolaresche che inventano motivi di uscita nei giorni di sole. Offrirebbe invece l’opportunità di una passeggiata bellissima a nord-est di San Miniato che riserba, come meta, un ambiente di insospettabile suggestione. Si tratta praticamente di un antro multiplo che fino a poco tempo fa fungeva da collettore delle acque che sgorgavano da una sorgente perenne. La costruzione, certamente secolare, è in qualche modo incassata nello sprone collinare; si accede al pianoro che introduce alle arcate attraverso una scaletta in cotto in cui i laterizi rossastri rimangono evidenti tra le toppe di muschio verdissimo che rende circospetto il passo di qualsiasi visitatore. All’interno di una di queste arcate parzialmente chiuse si poteva vedere un cielo di piccole stalattiti; sullo specchio d’acqua limpidissima grondavano in continuazione gocce d’acqua con un arpeggio ritmato che era l’unico suono avvertibile nella silenziosa solitudine di questo luogo.
Per noi ginnasiali era il luogo delle ninfe: presenze nascoste di figure invisibili, certamente evocate dalle “Metamorfosi” di Ovidio. Così almeno si diceva quando andavamo con i nostri libri a prepararci per gli esami di latino che a quei tempi erano immancabilmente annuali. Alcuni trovavano il posto capace di suscitare oscure paure, specialmente di notte.

Luogo della paura
Ce ne parla Guido Pieragnoli ne “La bruna di Poggighisi”, storia Sanminiatese del sec. XVI (Tipografia Bongi-Caparrini, San Miniato, 1886). E’ in questo posto che l’autore colloca l’antro della strega che fu arsa in piazza del Seminario.
«Erano ormai diversi anni che le paurose fiabe di spiriti e di streghe avevano fatto abbandonare da tutti quei luoghi - vi si diceva che la notte si vedevano aggirare su quel precipizio mille fantasmi, vi si sentivano urli di pazzi, suoni strampalati e rauchi, rumori infernali e a quando a quando si vedevano vagare in quella solitudine frotte di lumicini luminosi» (...............)
«Di dove fosse venuta questa strega, e chi fosse nessuno mai era riuscito a saperlo. Certo è che in brevissimo tempo essa era riuscita a cattivarsi le simpatie della popolazione; e questo trionfo sollecito devesi forse in gran parte all’avere la scaltra strega cominciata la sua carriera a San Miniato con l’assicurare gli abitanti di esser riuscita con i suoi esorcismi a liberare dagli spiriti il famoso burrone. Questa cosa bastò perché tutti accorressero intorno alla vecchia per farsi dire il futuro, per avere contezza delle cose di quello e di quell’altro (poiché San Miniato è stato sempre San Miniato e i fatti degli altri han fatto sempre gola a tutti), per guarire da una malattia, per avere acque e intingoli di ogni genere per l’amore, per l’odio, per la gelosia, per la vita e per la morte».

Oltre la fiaba e verso il mito
Chiunque sia stato alle Fonti alle Fate ha provato lo strano, gradevole sopore che, precedendo il sonno, sembra introdurre al tempo stesso ad un sogno; una sensazione che fece sembrare alcuni luoghi “fatati”, capaci di imprigionare qualcuno in una zona del tempo in forza di un incantesimo. Naturalmente la pretesa magia di un luogo è semplicemente basata sul «meraviglioso inconsueto» di uno spazio che ti porta a migrare nel tempo in cerca di una correlazione lontana dal «qui» e dall’«ora».
Accade allora di poter riportare questo posto all’immagine del «lucus umbraculus», il boschetto ombroso sacro ai latini e creduto abitacolo di divinità silvestri.

Le vie carbonare
La cintura (ma bisognerebbe dire, il collare) dei sentieri che seguivano il perimetro ondulato e sinuoso delle mura, conserva, ora come ora, poco più della attuale denominazione: le vie Carbonare. Oltre il nome e, naturalmente, il ricordo, permangono segmenti, solo dei segmenti, riconducibili al tracciato originale documentato dalle mappe comunali.
Dovevano avere una funzione militare. «Collegati con i passaggi sotterranei della città, consentivano uno spostamento, coperto dalla protezione muraria, delle milizie interne che potevano tentare sortite improvvise ed il soccorso di quelle esterne, sempre in tempo di assedio». Ne parla Dilvo Lotti a pagina 204 di “San Miniato - Vita di un’antica città” «I vicoli, con i passaggi sotterranei tra casa e casa permettevano ai cittadini, levatisi in armi, in caso di sorpresa, di spostarsi rapidamente al coperto, da un punto all’altro secondo la necessità e la minaccia».
Sia in tempo di guerra che in tempo di pace, le Vie Carbonare servivano molto bene per il rifornimento di frumento, di granaglie, di fieno, e naturalmente di legna e di carbone. Ritengo che proprio quest’ultimo elemento abbia dato origine alla denominazione per cui le Vie Carbonare sopravvivono in qualche modo alla loro stessa scomparsa. Sacchi e corbelli, affidati a muli o a pazienti asinelli, capaci di percorrere i sentieri sotto la cerchia delle mura, potevano essere agevolmente issate in alto o ingoiate dalle bocche delle caverne di accesso.
Senza rischio di smentita, si può dire che fino a poco tempo fa queste vie costituivano un’incomparabile occasione di passeggiate sotto il perimetro della città. Soprattutto dalla parte di Gargozzi.
E’ qui che San Miniato avrebbe una riviera meravigliosa; la zona delle mimose, degli aranci è proprio qui. Provate in un giorno di sole, in pieno inverno e fino a tutta la primavera, dalle undici del mattino fino alle quattro della sera, a ripercorrere questo cammino inventato sulle vecchie tracce.
I Sanminiatesi più anziani dicono ancora: «Era la nostra riviera. Un paradiso. Perduto».
Risulta che l’amministrazione comunale sta ora approntando un piano per il recupero di questi sentieri. Una notizia che fa piacere soltanto ai Sanminiatesi di origine controllata; anche se in molti c’è la convinzione che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

Il prato della rocca
Il Carducci ricorda nelle “Risorse” di essere venuto su questo prato per interpellare il cuculo sulla sorte del suo amore. «Il mio cuculo cantava dalla rocca che Federico II innalzò in vetta al colle di San Miniato e pare che ancora minacci come labarda levata il guelfo Valdarno e forse a’ bei tempi di casa Sveva i re Arrigo e Enzo cantavano lassù in giovani rime i loro amori.
Salutami Toscana / quella ched’è sovrana / in cui regna tutta cortesia. E lassù dicono finisse, battendo della testa nei macigni della prigione, “ingiusto contro sé giusto”, il cancelliere imperiale Pier della Vigna primo poeta d’arte della lirica nuova italiana. E di lassù cantava a me, anzi al cielo e alle stelle, nelle sere di maggio il cuculo; e il mio cuore, o da una pagina di Virgilio o da un sentierello fiorito e illuminato della luna, batteva e diffondeva e sprigionava, negli intervalli tra un sospiro e l’altro dello strano uccello un palpito, un pensiero ed un lampo».

Acropoli della città
Dilvo Lotti, autore della “Vita di un’antica città” così si esprime nell’esordio e nell’epilogo di questo libro: «questi sanminiatesi si sentono, hanno sempre l’aria di trovarsi su una zattera in procinto di fare un naufragio sullo scoglio emergente della rocca o di trovarsi lassù, sparuto popolo in vedetta pronto ad imbarcarsi; o superstiti in avvistamento in attesa dell’ultima notizia [...]. Il ragazzino che manda l’aquilone dal prato della rocca nella festa della primavera per la felicità del vento alla vela tiene a sé con lo spago, un pezzo di cuore librato nell’azzurro. Il ragazzino che manda l’aquilone e ognuno di noi si sente al centro e alla fine dell’universo».
Il “Prato”: non c’era per noi ragazzi uno spazio più importante di questo. Era il punto dove aveva celebrazione e rito il gioco di contrada. Qui si incontravano, senza scontrarsi, le bande dei ragazzi che qui davano tregua alle loro contese; forse perché da questo porto franco ciascuno di noi poteva vedere il tetto della propria abitazione e localizzare il fumo che usciva dal comignolo del proprio camino; a tutti noi giungeva il suono delle campane di ogni campanile.
Nelle serate d’estate il prato veniva in qualche modo intovagliato: c’erano le cene delle famiglie sanminiatesi: chiocciole alla nepitella con zenzero che era il piatto classico; anche coniglio fritto e affettati vari, tante teglie e fiaschi di vino. Il cocomero non mancava mai. Si rimaneva fino a tardi. Canti, burlette mentre il faro forava la notte volgendo il fascio di luce che accarezzava il dorso delle colline a sud di San Miniato: Calenzano, San Quintino, Marzana, Moriolo, Montebicchieri, Bucciano. A rallegrare le nostre serate avevamo anche la “sciantosa” una giovane donna che conosceva i motivi della “bell’époque”

Il parere di un’urbanista di Oxford
L’importanza per San Miniato di uno spazio come questo è evidenziato da una guida pubblicata, qui a San Miniato, di cui è autrice Olga Samuels. L’opuscolo, che io proposi in un primo tempo al comune per una pubblicazione, che poi fu curata dall’Accademia degli Euteleti, reca questo titolo: “Due ore a San Miniato” ed è proposto in varie lingue.
«Ed ora attraverso due rampe simmetriche, saliamo verso la Torre di Federico II. Fino al 1944 era l’unico elemento superstite intatto della complessa opera militare ideata da Federico II tra il 1217 e il 1221. Si ergeva sulla rocca e costituiva uno dei tre capisaldi difensivi corrispondenti ciascuno ad una porta. Nel 1958 venne fedelmente ricostruita. Come giudicate questa ricostruzione? C’è chi la ritiene uno dei più grossi falsi del secolo, altri riconoscono valida la ragione storica e il bisogno dei sanminiatesi di identificazione con la torre-simbolo». Seguono nello stesso opuscolo alcune domande: «Potrebbe tutta la collina trasformarsi in parco pubblico? Come vedreste l’idea di continuare il percorso discendendo per altri vialetti, sostando ad ammirare il panorama possibilmente sotto l’ombra di alberi che potrebbero essere piantati? Ora il prato della rocca viene usato per qualche partita a pallone, per le feste degli aquiloni (prima domenica di pasqua) e per i fuochi di San Giovanni: se però fosse inserito in un programma di parco pubblico-giardino potrebbe meglio essere utilizzato e apprezzato?».

C’era una volta un faro
L’impressione che sul programma turistico siamo arrivati in ritardo rispetto ad altri centri che hanno sfruttato ed, a volte, inventato tutte le opportunità per richiamare un flusso turistico per il loro posto, mi rende un po’ pessimista. A molti ormai piace che San Miniato resti così com’è. Alcune volte l’interesse politico è prevalso su quello turistico. Farò un esempio: una peculiarità veramente invidiabile, sottolineo questo aggettivo, era la presenza del faro sulla cima della torre. Un privilegio singolare, una nota di primato. La gente in viaggio sul treno da Montelupo a Pontedera lo poteva vedere. Questo segnale notturno poteva essere avvistato da tutto il fronte degli Appennini che fanno corona alla Valdinievole e al Valdarno inferiore, a sud sembrava scorrere sulle colline che si succedono a partire da Volterra. Funzionava di fatto come un richiamo potente; con quel faro San Miniato si proponeva nell’attrattiva silenziosa che lo configurava ad un porto di approdo. Il forestiero che avvistava questo segnale di notte si determinava spesso a visitare di giorno il punto da cui partiva. Funzionava di fatto come un richiamo forte.

Caratteri di un borgo medioevale
I borghi medioevali qui in Toscana non se n’esce, sono fatti a chiocciola o a serpente. I caseggiati di San Miniati sono congiunti in una doppia fila di case; è un lungo serpente adagiato sul crinale della collina che, in prossimità della sua acropoli accenna ad una spirale prima di ergere la testa sul punto più alto: la famosa ( o famigerata ) rocca di Federico II. Nelle mie immagini ginnasiali, questo paese veniva anche comparato ad un onda marina, l’ultima nella catena di colline a Sud-Est che portano fino a Montaione e a Palaia; un onda di mareggiata, che, in prossimità della grande piana dell’Arno, si fermava mostrando nella sua cresta una schiuma dove il lichene arancione delle case si mescolava con l’alga verde degli orti.
(Da Come tacevano le Cicale di L.M., Edizioni Orcio d’Oro.)

La campagna di San Miniato
Giosuè Carducci nelle Risorse di San Miniato parla delle colline di San Miniato. Allude sicuramente a quelle che si trovano a Sud del borgo perché dalle finestre del Ginnasio dove lui insegnava poteva osservare questo versante.
Intorno intorno, i verzieri fortemente distinti dal verde cupo delle ficaie; al piano, i campi nei quali il verde cedeva sempre più al giallo biondo, al giallo cenerino al polveroso della grande estate; di faccia, l’ondeggiante leggiadria dei colli somigliante ad una fila di ragazze che presesi per mano corrono cantando rispetti e volgendo le facce ridenti a destra e sinistra, - tutto codesto viveva ardeva fremeva sotto il regno del sole nel cielo incandescente.
(Da Le risorse di San Miniato di Giosuè Carducci, Edizione all’insegna del Pesce d’Oro di Vanni Scheiwiller, Milano, 1977.)

Gli sfaccendati di Moriolo
Negli anni ’70, proprio a Moriolo, conveniva, e per molte ore del giorno si stanziava un gruppo di artisti samminiatesi. Bissietta, Giolli, Marchesi, Giannoni e Mori gli «sfaccendati». Il vescovo che dalla finestra più alta del palazzo poteva scorgere il movimento di auto che sostavano davanti alla chiesa e alla canonica di Moriolo con un sorriso indulgente, venato però da una punta di scherno, diceva: «è proprio un gruppo di sfaccendati».
Che ci stavano a fare questi artisti che trovavano convegno in cima al poggio di Moriolo? Alcuni dicevano che si trattava quasi di un cenacolo di pittori e poeti. Ma anche loro esageravano andando nell’eccesso opposto. Era gente che si riuniva lì per oziosi conversari del tipo di quelli rinascimentali, evitando però di toccare aspetti troppo profondi. A pranzo, a cena o a veglia; si può dire, si davano il cambio, alternandosi ai fornelli per ricette contadine. C’erano dei momenti in cui si trovavano tutti insieme a progettare qualcosa. Fu in questo ambiente che venne fuori l’iniziativa dell’Orcio d’Oro. Furono stabiliti rapporti con Enrico Magnani della grande cartiera di Pescia e con Vanni Scheiwiller che li veniva a trovare partendo da Milano. Avvalendosi delle tipografie artigiane di San Miniato, dove era ancora possibile lavorare insieme sullo stesso banco del tipografo, dettero alla luce queste edizioni che riverberavano il carattere locale di questi posti. Alla dignità di pagine ottenute con impressioni su piombo, si univano incisioni su filo e su testa di legni adatti per le silografie: bosso, pero, ciliegio e olivo che furono impiegati per fregi, capilettera e soprattutto illustrazioni a commento del testo scritto.
Il motto che fu scelto la diceva lunga su la loro intenzionalità di fondere gli strumenti della coltura con quelli della cultura: torcular exprimit vinum, oleum, verbum (il torchio spreme vino, olio e parola). Quando il Vescovo vide queste produzioni (reclamava sempre l’omaggio delle copie) si ricredette abbastanza. Quanto a Scheiwiller, osservò che in pieno Novecento questa gente continuava a replicare ciò che si faceva nell’Ottocento e ancora prima e soggiungeva: «in Europa non so; ma in Italia, sono sicuro, siete rimasti voi soli a fare queste cose!».

Borghi, castelli e ville della campagna sanminiatese
Si tratta di un paesaggio che appaga l’occhio in tutte le stagioni dell’anno, quando i colori della tavolozza cambiano e non sono più gli stessi. Perfino nelle brune invernali, quando la nebbia sembra sfilacciarsi sugli alberi che fanno filari lungo i campi o selva nelle parti più boschive, il panorama si presenta suggestivo e addirittura gradevole. A rendere rilevanti, oltre che interessante il quadro variegato di questa terra, ci sono le piccole chiese di campagna con il loro campanile, le piccole frontiere di casolari, segmenti di borghi, case e ville, raramente grandiose, ma sempre riconoscibili per il loro carattere vetusto o addirittura antico. Molte di queste frazioni conservarono a lungo la denominazione antica di castello; per cui si diceva castello di Bucciano, castello di Moriolo, castello di Montebicchieri. A parte questo ultimo caso (Montebicchieri si presenta ancora nella struttura di una piccola fortezza), i castelli erano praticamente dei semplici villaggi fortificati. Ma in tutti i casi la loro vicenda si univa alla piccola e grande storia fatta di conflitti, di pacificazioni, di divisioni e di aggregazioni che qui si succedettero nei secoli. Questo è il punto: in questa campagna, come d’altra parte, in gran parte della Toscana, natura e storia sembrano riconfluire insieme in un paesaggio che ripropone l’incanto di spazi e di tempi che ritornano fino a noi.

La grande griffe
Tutti gli studiosi locali sanno che la famiglia Gucci è in effetti una famiglia sanminiatese. Una famiglia che fu molto vicina all’istituzione ecclesiastica e quindi, anche per ammissione degli eredi, abbastanza sagrestana. Sono invece pochi a sapere che questa famiglia aveva residenza in una villa di Cusignano in località, che nelle mappe civiche viene tuttora chiamata La Selva. In effetti i Gucci vengono chiamati i conti della Selva. Mi ha sorpreso che sul cancello di questa villa, nobilitata anche da una cappella gentilizia, sia stato affisso un cartello con tanto di riferimento telefonico, con la semplice scritta “vendesi”. Incuriosito da questo fatto mi sono premurato di telefonare avvalendomi di questo numero. Mi ha risposto lo stesso conte Guccio Gucci che mi confermava come in effetti la villa, ormai disabitata da diverse decine di anni era messa in vendita. Ho così scoperto che la firma più prestigiosa e forse anche la più importante nel mondo, era rapportabile allo stemma dei conti Gucci che ancora figura sul fronte della villa. E’ notorio che la griffe è ormai passata ad una multinazionale americana e tuttavia rimane tra noi, più che un vestigio un emblema, di quella che è all’origine storica di un marchio che qui è nato prima di divulgarsi in tutto il mondo.

Due chiese importanti
Qui si parla delle Pieve di Corazzano che risale al dodicesimo secolo. E’ una pieve contadina che per giunta non vanta come altre chiese dalla Valdelsa fregi e ornati di cospicuo valore. Si distingue da queste per il suo aspetto slanciato che pur nell’osservanza del rigido canone romanico la fa distinguere da tutte le altre. Ma ciò che è veramente peculiare rispetto ad altri monumenti presenti nell’area della via Francigena è che, ergendosi isolata e solitaria su uno sprone collinare è ineludibile allo sguardo di chi percorre la strada del fondo valle. Tutto ciò le conferisce un raro aspetto marittimo: può sembrare una nave che proietta la sua prua nella grande vallata, o addirittura come un faro di riferimento per tutti i naviganti. Sembra ancora qualcosa in grado di attraversare i secoli e ancora un approdo per tutti i viandanti. Una bussola collocata in un avamposto della collina a indicare oriente e la direzione che porta a Gerusalemme o a Roma.
Un’altra chiesa che per motivi del tutto differenti si propone all’attenzione del visitatore è la chiesa propositura di Balconivisi. Questo edificio fu eretto nel 1898 dall’Architetto Guido Giulio Bernardini. Fu il parroco che suggerì all’Architetto Bernardini di replicare per quanto riguarda le navate interne il modulo che uno può ammirare (o criticare) nella cattedrale di San Miniato. E così dopo aver attraversato il borgo campestre di Balconivisi, i visitatori si trovano davanti lo splendore dei marmi e degli ornati che figurano nella chiesa maggiore. Una sensazione inaspettata: che in aperta campagna ci si trovi quasi all’improvviso di fronte alla sontuosità di un tempio che poteva andare bene in pieno Settecento. Eppure si tratta di una sensazione gradevole. Ma c’è da dire che l’architetto Guido Giulio Bernardini, successivamente fu chiamato a realizzare i locali del Tettuccio a Montecatini. Si scopre allora una strana consonanza tra i due edifici. Si tratta di quel lustrale splendore che per motivi diversi, e tuttavia con successo estetico, viene proposto sia nella versione profana che in quella sacra.

Espressioni popolari presenti nel territorio

Ringrazio il prof. Sladoievic, della scuola media F.Sacchetti di San Miniato, che ha attivato una ricerca in questo campo avvalendosi della collaborazione dei suoi alunni.
Ricopio direttamente dal quaderno di Fabio Feliziani, uno dei suoi alunni, che si fa apprezzare per la diligenza con cui ha annotato alcuni espressioni nella versione locale.
Cavallino arri-arrò
piglia la biada che ti do
e la sella che ti metto
per andare a San Francesco.
A San Francesco c’è una via
per andare a casa mia.
A casa mia c’è un altare
con tre angeli a cantare,
con Giuseppe e con Maria.
Oh, che bella compagnia!

Di sapore campestre è questa canzoncina dedicata alla capra; forse è proprio quella destinata dai genitori a fornire il latte buono per il “nini”; lui è ormai svezzato e la mamma va a fare l’erba; gli lascia vicino la capretta… che bruca tra l’erbetta.
Capra, capretta,
che bruchi tra l’erbetta,
vuoi una manciatina
di sale da cucina?
Il sale è salato,
il bimbo è nel prato,
la mamma è alla fonte,
il sole è dietro il monte,
sul monte c’è l’erbetta.
Capra, capretta!

La canzoncina dell’ ”Occhio bello” è adatta per il bambino che ha incominciato a chiacchierare un po’. Si tratta di uno scherzettino che lo farà sorridere se saremo garbati con il suo nasino:
Questo è l’occhio bello,
e questo è suo fratello.
Questa è la gotina
e questa la sorellina.
Questo è l’altaruccio
e questo è il campanelluccio.
Dindolon, dindolon.

La signora Aida Carlini di Orientano ci manda una versione della novella che da queste parti s’intitola “La novella di Piccinino” e che a Borgo a Baggiano è nota come “La novella di Poghettino”.
Alla signora Carlini, di cui abbiamo già pubblicato qualcosa, invierò quanto prima un “orcino”, così come avevo promesso.
Quanto alla novella, dubito che lo spazio riservato in questo settimanale sia sufficiente a accoglierla completamente, visto che in questo genere non è ammesso un racconto a puntate; d’altra parte, dovrei chiedere alla Carlini il permesso di apportarvi qualche ritocco per riportarla, per quanto è possibile, alla versione che credo di ricordare almeno in parte, sostituendo il titolo con quello toscanissimo di “Piccinino”.
Riccarda Barbieri invia due interessanti filastrocche che per ragione di spazio non è possibile pubblicare insieme.
Cominciamo con quella di Violina, precisando che veniva cantata e che il secondo verso di ogni distico si replicava nel canto

O Violina, che hai fatto? Sei rossa! /
O babbo mio, ho mangiato le more!
O Violina insegnami le more! /
O babbo mio, la foglia le ha coperte!
O Violina, insegnami la foglia! /
O babbo mio, la capra l’ha mangiata!
O Violina, insegnami la capra! /
O babbo mio, ha già passato il monte!
O Violina, insegnami il monte! /
O babbo mio, la neve l’ha coperto!
O Violina, insegnami la neve! /
O babbo mio, il sole l’ha già strutta!
O Violina, insegnami lo sole! /
O vecchio stucco, vattelo a cercare!

Avrete certamente notato come nel film dei Fratelli Taviani, “La notte di San Lorenzo” c’è la trasmissione della filastrocca: la bambina, l’accoglie dalla mamma, la consegna a sua volta alla sua creatura quando diventa mandre anche lei. Tutta la vicenda si conclude con le parole di una filastrocca scandite dolcemente in un sussurro di affetto materno.
Toccando queste corde, i miei amici Taviani hanno fatto centro per un finale in cui il realismo diventa fiaba.

Ora riprendiamo il cammino della nostra ricerca. Questa filastrocca, che a me è sembrata notevole, non solo per il sapore popolare, ma anche per la “novità” (deve trattarsi di un prodotto peculiare della Valdegola), ci viene segnalata da Enrico Senesi, un ragazzo di Corazzano.

Alle fontane
mi ci lavai le mani
mi ci cascò l’anello;
pesca e ripesca
pescai un pesciolino,
vestito di turchino.
Lo portai al buon signore;
il buon signore ‘un c’era;
c’era la cameriera;
friggeva le frittelle;
gliene chiesi una;
era la più dura.
Gliene chiesi un’altra;
era la più bianca.
La misi su il banco;
il banco era rotto.
Sotto c’era un pozzo
pozzo scoperto;
sopra c’era un tetto;
letto rifatto;
sopra c’era un gatto;
gatto in camicia;
scoppiava dalle risa.

Ecco una manciatina di proverbi contadini. Li ho scelti, tra i tanti, tra quelli che accompagnano il calendario e recano il segno di una previsione che riguarda l’andamento dell’annata.

Calende torbo, mese chiaro.
Gennaio ingenera, febbraio intenera, marzo imboccia, aprile sboccia e maggio fa la foglia.

Sant’Antonio gran freddura; San Lorenzo gran caldura; l’uno e l’alto poco dura.

Febbraiuzzo: corto e brutto.

Anno bisesto, anno senza sesto.

Per la candelora, se nevica o se plora, dall’inverno siamo fora.

Se marzo non marzeggia, d’apriol non si passeggia.

Marzo asciutto, april bagnato; contadino fortunato.

Aprile: ogni gocciola un barile.

Pioggia ai quattro aprilanti; quaranta dì duranti.

Se mignola d’aprile prepara un barile, se mignola di maggio uno di vantaggio, se mignola di giugno ti ungi il grugno.

A settembre l’uva matura e il fico pende.

Per Santa Croce pane e noce.

Chi vuol fare del buon vino zappi e poti a San Martino.

Per Santa Caterina, o freddo, o neve, o brina: tira fuori la fascina.

Santa Lucia: il giorno più corto che ci sia.

Per Santommè il giorno allunga quanto un gallo alza un piè.

Chi fa ceppo al sole fa la Pasqua al foco.
Ci sono poi i proverbi meteorologici; mi limiterò ai più noti:

Rondine bassa; tempo di burrasca.

Cielo a pecorelle; acqua a catinelle.

Se rannuvola sulla brina aspetta l’acqua a domattina.

Tempo rifatto di notte; non dura tre pere cotte.

Sotto la neve pane, sotto la pioggia fame.

Cerchio vicino alla luna acqua lontana; cerchio lontana acqua vicina.

Aria rossa; o piscia o soffia.

L’arcobaleno chiama il sereno.

Aria rossa di sera; buon tempo si spera.

Il sole d’agosto prepara il buon mosto.

CANTILENA

Cecco beccuto,
sonami l’imbuto;
sonamelo bene,
il mio Cecchino viene;
viene da Roma,
ti porta una corona;
me ne porta cento,
cento e millanta,
il mio Cesarino canta.

Di questa cantilena esiste una versione più garbata con l’impianto di una filastrocca:

Cecco velluto,
sonami l’imbuto;
sonamelo bene,
che un bambino viene;
viene da Roma,
ti porta una corona;
d’oro e d’argento,
che costa mille cento;
cento cinquanta,
la pecorina canta;
canta il gallo,
risponde la gallina;
Madonna Menichina
s’affaccia alla finestra;
con tre corone in testa;
passan tre fanti,
con tre cavalli bianchi;
bianca la sella,
bianco il parasole;
Gesù ci manda il sole;
Gesù ci dia fortuna;
il sole e la luna,
fortuna e fortunello,
Gesù ci dia l’anello;
l’anello e la crocetta;
e l’acqua benedetta.

Fantastico! Proprio fantastico!!!

Alessandro Vegni, cui si deve una rigorosa ricerca sul personaggio di Pinocchio che lega il suo nome al nostro notissimo toponimo sanminiatese: il Pinocchio (denominazione antica dell’attuale San Miniato Basso) ha anche immaginato un percorso di luoghi menzionati da Collodi, che possono essere reperiti nel nostro territorio. L’operazione del bravissimo Alessandro Vegni si enuncia dunque come un valido apporto storico sulla correlazione del Pinocchio, luogo sanminiatese, col Pinocchio che ha dato il nome al capolavoro del nostro Collodi; di qui parte lo slancio immaginifico del nostro amico Vegni nel presentare una suggestiva ricostruzione dei luoghi dove potrebbe svolgersi la vicenda del grande racconto. Fantastico! Davvero fantastico!!!