Invito ad uscire dal recinto scolastico.
Il gran portone della caserma si spalanca: si apre il gran cancello
che chiudeva il perimetro delle esercitazioni. Ora la giovane
recluta, a meno che non sia in punizione, può finalmente
uscire.
Ma dove va? C’è una parola inglese che esprime
bene il suo girovagare mosso da una curiosità che è
gradevole appagare: sightseeing; noi Toscani diciamo semplicemente
‘ a zonzo ‘. Ecco dove va
il nostro soldatino: va a zonzo! Senza zaino, naturalmente…
Mi arrischio a dire che anche per la scuola dovrebbe avvenire,
almeno ogni tanto, qualcosa di simile. La scolaresca dovrebbe
uscire dalle aula per capire che oltre questo perimetro cominciano
il piccolo e ancora il grande mondo che la circondano. Ma non
è così facile: i docenti e le docenti
pensano legittimamente alle responsabilità che si assumano
nel prendere iniziative di carattere
extrascolastiche ( ma sono veramente extrascolastiche? ), per
le quali un rischio da parte degli accompagnatori, anche se
minimo, c’è, ad esempio, quando si tratta di affrontare
il traffico urbano. Ma, se è per questo, le recenti cronache
hanno dimostrato che anche dentro l’edificio scolastico,
non siamo coperti in assoluto da certi rischi. Ci vorrebbe una
liberatoria da parte dei superiori e anche da parte dei genitori.
Occorre una accurata preparazione perché non si può
andare senza un programma. Alcuni insegnanti-dieci e lode, che
sono riusciti a superare certe difficoltà, non cessano
mai di comunicare agli altri la stessa convinzione. una volta
tanto smettiamo di ricorrere
alle solite fotocopie da incollare sul solito quadernone: una
volta tanto facciamo riporre sotto il banco il libro di geografia
e anche quello di storia per sapere qualcosa di più sulla
nostra gente e sul nostro territorio.
Libera uscita! Senza zainetto,naturalmente….
Operazione Magica Val d’Egola
Mi colpirono due piccoli dipinti appesi nella bottega di un
corniciaio.
I colori erano terzi e vivaci. Il paesaggio fondeva il manufatto
dell’uomo con l’opera della natura. Alberi, piante
e fiori avvolgevano le case e le abitazioni dell’uomo
in paesaggi che sembravano già visti in qualche sogno.
Questi due quadri recavano la stessa firma: Giuseppe Landi.
Grazie ad internet potei rintracciare alcune notizie e il numero
telefonico dell’artista. Ci si intese al volo. Io lo stavo
invitando a venire nella Val d’Egola a ritrarre antiche
pievi, vedute di tabaccaie ed altri aspetti pittorici di questa
meravigliosa terra; la sua risposta, ricordo, fu immediata ed
entusiasta.
Pochi giorni dopo ci ritrovammo insieme a percorrere crinali
di colline, strade e viottoli che dalla valle ascendono verso
l’alto.
Giuseppe Landi in questa calura estiva sentiva crescere ancora
di più la sua febbre artistica. Poi incominciò
a piazzarsi con il suo cavalletto nei luoghi precisi che sapeva
scegliere solo lui. A dorso nudo (come Picasso nel chiuso del
suo studio), protetto in qualche modo da un vecchio ombrello
da pioggia, sostava ore ed ore impegnato nel suo lavoro.
C’era della gente che lo aveva osservato e si avvicinava
facendo finta di passare per caso; i camionisti, che lo avevano
scorto lungo il margine della strada, lo salutavano con piccoli
colpi di “clacson” come dire: “Va bene così…
va bene così!”.
I primi quadri sono stati appesi alle pareti della sala parrocchiale
e hanno subito suscitato ammirazione e anche stupore.
Un’associazione locale ha individuato nelle opere di questo
pittore un’interessante opportunità per promuovere
l’importanza di questa terra, e ha così deciso
di allestire una mostra monotematica che ha per argomento esclusivo
gli aspetti pittorici di questa zona.
Citazioni
“Intorno intorno, i verzieri fortemente distinti dal
verde capo delle ficaie; al piano, i campi nei quali il verde
cedeva sempre più al giallo biondo, al giallo cenerino
al polveroso della grande estate; di faccia, l’ondoleggiante
leggiadria dei colli somiglianti a una fila di ragazze che présesi
per mano corrano cantando rispetti e volgendo le facce ridenti
a destra e a sinistra, - tutto cotesto viveva ardeva fremeva
sotto il regno del sole nel cielo incandescente.” Giosuè Carducci da “Le Risorse di San Miniato
al Tedesco”
“Di ritorno dal campo di battaglia venivo afferrato dalla
bellezza del paesaggio toscano. Semicelate dalle lunghe file
di cipressi, risplendevano le facciate color ocra delle grandi
ville.
La natura si avvicinava alla sua maturità.” Von Senger Und Etterling, che parla delle colline assunte
di San Miniato.
“All’improvviso quelle colline mi sembrarono gobbe
di dromedari e di cammelli accovacciati dopo una lunga traversata
nel deserto. Con il mutare delle stagioni, le groppe sembravano
cambiare il colore della gualdrappa; si ha proprio l’impressione
di trovarsi in mezzo ad un grande caravan-serraglio.” Abbas Nullius. Note sulla campagna della Val d’Egola
Giuseppe Landi dipinge avvalendosi
della raffinata tecnica d’artista e dell’attitudine
contemplativa di un poeta.
“Quando dipingo un albero devo proprio pensare che dentro
ci può essere un uccellino. Ecco perché i verdi
degli alberi sono animati: sono animati perché abitati”.
Insieme alla casa dell’uomo, Landi raffigura la natura
come casa degli altri esseri. Lo fa con la tecnica dei macchiaioli;
egli in fondo si definisce come l’ultimo macchiaiolo.
Estimatore sincero degli espressionisti francesi, il Landi riconduce
la sua maniera alla scuola toscana che fa capo al livornese
Giovanni Fattori. Sulla sua tavolozza compaiono le macchie prima
rubate dal paesaggio circostante e poi trasferite sulla tela
con movimenti leggeri, ma sicuri.
Si ripresentano piccole o grandi chiese e rivivono le vecchie
tabaccaie.
C’è una certa consociazione tra questi due tipi
di edifici ed è nel colore del cotto e della stessa sagoma
architettonica: in fondo anche queste possono sembrare chiese
romaniche, ma anche tabernacoli sul crocevia, pini e cipressi
sullo sprone di una collina capaci di legare come una fibbia
il manto di un intero paesaggio.
Qui storia e natura si fondono e tendono insieme a diventare
veramente un paesaggio interiore.
L.M.
Giuseppe Landi si
presenta:
“In arte sono un autodidatta e mi sento
figlio di tutti i maestri livornesi. Di mamma una sola e sottolineo
madre natura che è sempre stata la mia musa ispiratrice.
Tutt’oggi dipingendo dal vero nella magica Val d‘Egola
mi sono messo in ascolto dei suoni del lavoro quotidiano, ho
assaporato gli odori dei borghi, dei campi e dei colli boschivi
coronati da chiese e pievi.
Per questa gioia ricevuta è doveroso un ringraziamento
a tutta la comunità che indirettamente ha collaborato
alla realizzazione dell’esposizione.”
Giuseppe Landi
Qui di seguito riportiamo
alcune suggestioni (suggerimenti), per alcuni programmi di libera
uscita.
Alcuni luoghi collegati
al tema del turismo a San Miniato.
Le fonti alle fate
Ecco un posto la cui stessa denominazione ha un significato lirico
e evocativo capace di attirare qualunque visitatore. In realtà
sono in molti i sanminiatesi che non l’hanno mai visto;
c’è di più: anche per coloro che già
lo conoscevano è un problema ritrovarlo. La macchia seppellisce
ogni cosa. Non esiste una guida; non rimane un tracciato; mancano
indicazioni. Le fonti alle fate a San Miniato resistono solo come
nome, anche per le scolaresche che inventano motivi di uscita
nei giorni di sole. Offrirebbe invece l’opportunità
di una passeggiata bellissima a nord-est di San Miniato che riserba,
come meta, un ambiente di insospettabile suggestione. Si tratta
praticamente di un antro multiplo che fino a poco tempo fa fungeva
da collettore delle acque che sgorgavano da una sorgente perenne.
La costruzione, certamente secolare, è in qualche modo
incassata nello sprone collinare; si accede al pianoro che introduce
alle arcate attraverso una scaletta in cotto in cui i laterizi
rossastri rimangono evidenti tra le toppe di muschio verdissimo
che rende circospetto il passo di qualsiasi visitatore. All’interno
di una di queste arcate parzialmente chiuse si poteva vedere un
cielo di piccole stalattiti; sullo specchio d’acqua limpidissima
grondavano in continuazione gocce d’acqua con un arpeggio
ritmato che era l’unico suono avvertibile nella silenziosa
solitudine di questo luogo.
Per noi ginnasiali era il luogo delle ninfe: presenze nascoste
di figure invisibili, certamente evocate dalle “Metamorfosi”
di Ovidio. Così almeno si diceva quando andavamo con i
nostri libri a prepararci per gli esami di latino che a quei tempi
erano immancabilmente annuali. Alcuni trovavano il posto capace
di suscitare oscure paure, specialmente di notte.
Luogo della paura
Ce ne parla Guido Pieragnoli ne “La bruna di Poggighisi”,
storia Sanminiatese del sec. XVI (Tipografia Bongi-Caparrini,
San Miniato, 1886). E’ in questo posto che l’autore
colloca l’antro della strega che fu arsa in piazza del Seminario.
«Erano ormai diversi anni che le paurose fiabe di spiriti
e di streghe avevano fatto abbandonare da tutti quei luoghi -
vi si diceva che la notte si vedevano aggirare su quel precipizio
mille fantasmi, vi si sentivano urli di pazzi, suoni strampalati
e rauchi, rumori infernali e a quando a quando si vedevano vagare
in quella solitudine frotte di lumicini luminosi» (...............)
«Di dove fosse venuta questa strega, e chi fosse nessuno
mai era riuscito a saperlo. Certo è che in brevissimo tempo
essa era riuscita a cattivarsi le simpatie della popolazione;
e questo trionfo sollecito devesi forse in gran parte all’avere
la scaltra strega cominciata la sua carriera a San Miniato con
l’assicurare gli abitanti di esser riuscita con i suoi esorcismi
a liberare dagli spiriti il famoso burrone. Questa cosa bastò
perché tutti accorressero intorno alla vecchia per farsi
dire il futuro, per avere contezza delle cose di quello e di quell’altro
(poiché San Miniato è stato sempre San Miniato e
i fatti degli altri han fatto sempre gola a tutti), per guarire
da una malattia, per avere acque e intingoli di ogni genere per
l’amore, per l’odio, per la gelosia, per la vita e
per la morte».
Oltre la fiaba e verso il mito
Chiunque sia stato alle Fonti alle Fate ha provato lo strano,
gradevole sopore che, precedendo il sonno, sembra introdurre al
tempo stesso ad un sogno; una sensazione che fece sembrare alcuni
luoghi “fatati”, capaci di imprigionare qualcuno in
una zona del tempo in forza di un incantesimo. Naturalmente la
pretesa magia di un luogo è semplicemente basata sul «meraviglioso
inconsueto» di uno spazio che ti porta a migrare nel tempo
in cerca di una correlazione lontana dal «qui» e dall’«ora».
Accade allora di poter riportare questo posto all’immagine
del «lucus umbraculus», il boschetto ombroso sacro
ai latini e creduto abitacolo di divinità silvestri.
Le vie carbonare La cintura (ma bisognerebbe dire, il collare) dei sentieri
che seguivano il perimetro ondulato e sinuoso delle mura, conserva,
ora come ora, poco più della attuale denominazione: le
vie Carbonare. Oltre il nome e, naturalmente, il ricordo, permangono
segmenti, solo dei segmenti, riconducibili al tracciato originale
documentato dalle mappe comunali.
Dovevano avere una funzione militare. «Collegati con i passaggi
sotterranei della città, consentivano uno spostamento,
coperto dalla protezione muraria, delle milizie interne che potevano
tentare sortite improvvise ed il soccorso di quelle esterne, sempre
in tempo di assedio». Ne parla Dilvo Lotti a pagina 204
di “San Miniato - Vita di un’antica città”
«I vicoli, con i passaggi sotterranei tra casa e casa permettevano
ai cittadini, levatisi in armi, in caso di sorpresa, di spostarsi
rapidamente al coperto, da un punto all’altro secondo la
necessità e la minaccia».
Sia in tempo di guerra che in tempo di pace, le Vie Carbonare
servivano molto bene per il rifornimento di frumento, di granaglie,
di fieno, e naturalmente di legna e di carbone. Ritengo che proprio
quest’ultimo elemento abbia dato origine alla denominazione
per cui le Vie Carbonare sopravvivono in qualche modo alla loro
stessa scomparsa. Sacchi e corbelli, affidati a muli o a pazienti
asinelli, capaci di percorrere i sentieri sotto la cerchia delle
mura, potevano essere agevolmente issate in alto o ingoiate dalle
bocche delle caverne di accesso.
Senza rischio di smentita, si può dire che fino a poco
tempo fa queste vie costituivano un’incomparabile occasione
di passeggiate sotto il perimetro della città. Soprattutto
dalla parte di Gargozzi.
E’ qui che San Miniato avrebbe una riviera meravigliosa;
la zona delle mimose, degli aranci è proprio qui. Provate
in un giorno di sole, in pieno inverno e fino a tutta la primavera,
dalle undici del mattino fino alle quattro della sera, a ripercorrere
questo cammino inventato sulle vecchie tracce.
I Sanminiatesi più anziani dicono ancora: «Era la
nostra riviera. Un paradiso. Perduto».
Risulta che l’amministrazione comunale sta ora approntando
un piano per il recupero di questi sentieri. Una notizia che fa
piacere soltanto ai Sanminiatesi di origine controllata; anche
se in molti c’è la convinzione che tra il dire e
il fare c’è di mezzo il mare.
Il prato della rocca
Il Carducci ricorda nelle “Risorse” di essere venuto
su questo prato per interpellare il cuculo sulla sorte del suo
amore. «Il mio cuculo cantava dalla rocca che Federico II
innalzò in vetta al colle di San Miniato e pare che ancora
minacci come labarda levata il guelfo Valdarno e forse a’
bei tempi di casa Sveva i re Arrigo e Enzo cantavano lassù
in giovani rime i loro amori.
Salutami Toscana / quella ched’è sovrana / in cui
regna tutta cortesia. E lassù dicono finisse, battendo
della testa nei macigni della prigione, “ingiusto contro
sé giusto”, il cancelliere imperiale Pier della Vigna
primo poeta d’arte della lirica nuova italiana. E di lassù
cantava a me, anzi al cielo e alle stelle, nelle sere di maggio
il cuculo; e il mio cuore, o da una pagina di Virgilio o da un
sentierello fiorito e illuminato della luna, batteva e diffondeva
e sprigionava, negli intervalli tra un sospiro e l’altro
dello strano uccello un palpito, un pensiero ed un lampo».
Acropoli della città
Dilvo Lotti, autore della “Vita di un’antica città”
così si esprime nell’esordio e nell’epilogo
di questo libro: «questi sanminiatesi si sentono, hanno
sempre l’aria di trovarsi su una zattera in procinto di
fare un naufragio sullo scoglio emergente della rocca o di trovarsi
lassù, sparuto popolo in vedetta pronto ad imbarcarsi;
o superstiti in avvistamento in attesa dell’ultima notizia
[...]. Il ragazzino che manda l’aquilone dal prato della
rocca nella festa della primavera per la felicità del vento
alla vela tiene a sé con lo spago, un pezzo di cuore librato
nell’azzurro. Il ragazzino che manda l’aquilone e
ognuno di noi si sente al centro e alla fine dell’universo».
Il “Prato”: non c’era per noi ragazzi uno spazio
più importante di questo. Era il punto dove aveva celebrazione
e rito il gioco di contrada. Qui si incontravano, senza scontrarsi,
le bande dei ragazzi che qui davano tregua alle loro contese;
forse perché da questo porto franco ciascuno di noi poteva
vedere il tetto della propria abitazione e localizzare il fumo
che usciva dal comignolo del proprio camino; a tutti noi giungeva
il suono delle campane di ogni campanile.
Nelle serate d’estate il prato veniva in qualche modo intovagliato:
c’erano le cene delle famiglie sanminiatesi: chiocciole
alla nepitella con zenzero che era il piatto classico; anche coniglio
fritto e affettati vari, tante teglie e fiaschi di vino. Il cocomero
non mancava mai. Si rimaneva fino a tardi. Canti, burlette mentre
il faro forava la notte volgendo il fascio di luce che accarezzava
il dorso delle colline a sud di San Miniato: Calenzano, San Quintino,
Marzana, Moriolo, Montebicchieri, Bucciano. A rallegrare le nostre
serate avevamo anche la “sciantosa” una giovane donna
che conosceva i motivi della “bell’époque”
Il parere di un’urbanista di Oxford
L’importanza per San Miniato di uno spazio come questo è
evidenziato da una guida pubblicata, qui a San Miniato, di cui
è autrice Olga Samuels. L’opuscolo, che io proposi
in un primo tempo al comune per una pubblicazione, che poi fu
curata dall’Accademia degli Euteleti, reca questo titolo:
“Due ore a San Miniato” ed è proposto in varie
lingue.
«Ed ora attraverso due rampe simmetriche, saliamo verso
la Torre di Federico II. Fino al 1944 era l’unico elemento
superstite intatto della complessa opera militare ideata da Federico
II tra il 1217 e il 1221. Si ergeva sulla rocca e costituiva uno
dei tre capisaldi difensivi corrispondenti ciascuno ad una porta.
Nel 1958 venne fedelmente ricostruita. Come giudicate questa ricostruzione?
C’è chi la ritiene uno dei più grossi falsi
del secolo, altri riconoscono valida la ragione storica e il bisogno
dei sanminiatesi di identificazione con la torre-simbolo».
Seguono nello stesso opuscolo alcune domande: «Potrebbe
tutta la collina trasformarsi in parco pubblico? Come vedreste
l’idea di continuare il percorso discendendo per altri vialetti,
sostando ad ammirare il panorama possibilmente sotto l’ombra
di alberi che potrebbero essere piantati? Ora il prato della rocca
viene usato per qualche partita a pallone, per le feste degli
aquiloni (prima domenica di pasqua) e per i fuochi di San Giovanni:
se però fosse inserito in un programma di parco pubblico-giardino
potrebbe meglio essere utilizzato e apprezzato?».
C’era una volta un faro L’impressione che sul programma turistico siamo arrivati
in ritardo rispetto ad altri centri che hanno sfruttato ed, a
volte, inventato tutte le opportunità per richiamare un
flusso turistico per il loro posto, mi rende un po’ pessimista.
A molti ormai piace che San Miniato resti così com’è.
Alcune volte l’interesse politico è prevalso su quello
turistico. Farò un esempio: una peculiarità veramente
invidiabile, sottolineo questo aggettivo, era la presenza del
faro sulla cima della torre. Un privilegio singolare, una nota
di primato. La gente in viaggio sul treno da Montelupo a Pontedera
lo poteva vedere. Questo segnale notturno poteva essere avvistato
da tutto il fronte degli Appennini che fanno corona alla Valdinievole
e al Valdarno inferiore, a sud sembrava scorrere sulle colline
che si succedono a partire da Volterra. Funzionava di fatto come
un richiamo potente; con quel faro San Miniato si proponeva nell’attrattiva
silenziosa che lo configurava ad un porto di approdo. Il forestiero
che avvistava questo segnale di notte si determinava spesso a
visitare di giorno il punto da cui partiva. Funzionava di fatto
come un richiamo forte.
Caratteri di un borgo medioevale
I borghi medioevali qui in Toscana non se n’esce, sono fatti
a chiocciola o a serpente. I caseggiati di San Miniati sono congiunti
in una doppia fila di case; è un lungo serpente adagiato
sul crinale della collina che, in prossimità della sua
acropoli accenna ad una spirale prima di ergere la testa sul punto
più alto: la famosa ( o famigerata ) rocca di Federico
II. Nelle mie immagini ginnasiali, questo paese veniva anche comparato
ad un onda marina, l’ultima nella catena di colline a Sud-Est
che portano fino a Montaione e a Palaia; un onda di mareggiata,
che, in prossimità della grande piana dell’Arno,
si fermava mostrando nella sua cresta una schiuma dove il lichene
arancione delle case si mescolava con l’alga verde degli
orti.
(Da Come tacevano le Cicale di L.M., Edizioni Orcio d’Oro.)
La campagna di San Miniato
Giosuè Carducci nelle Risorse di San Miniato parla delle
colline di San Miniato. Allude sicuramente a quelle che si trovano
a Sud del borgo perché dalle finestre del Ginnasio dove
lui insegnava poteva osservare questo versante.
Intorno intorno, i verzieri fortemente distinti dal verde cupo
delle ficaie; al piano, i campi nei quali il verde cedeva sempre
più al giallo biondo, al giallo cenerino al polveroso della
grande estate; di faccia, l’ondeggiante leggiadria dei colli
somigliante ad una fila di ragazze che presesi per mano corrono
cantando rispetti e volgendo le facce ridenti a destra e sinistra,
- tutto codesto viveva ardeva fremeva sotto il regno del sole
nel cielo incandescente.
(Da Le risorse di San Miniato di Giosuè Carducci, Edizione
all’insegna del Pesce d’Oro di Vanni Scheiwiller,
Milano, 1977.)
Gli sfaccendati di Moriolo
Negli anni ’70, proprio a Moriolo, conveniva, e per molte
ore del giorno si stanziava un gruppo di artisti samminiatesi.
Bissietta, Giolli, Marchesi, Giannoni e Mori gli «sfaccendati».
Il vescovo che dalla finestra più alta del palazzo poteva
scorgere il movimento di auto che sostavano davanti alla chiesa
e alla canonica di Moriolo con un sorriso indulgente, venato però
da una punta di scherno, diceva: «è proprio un gruppo
di sfaccendati».
Che ci stavano a fare questi artisti che trovavano convegno in
cima al poggio di Moriolo? Alcuni dicevano che si trattava quasi
di un cenacolo di pittori e poeti. Ma anche loro esageravano andando
nell’eccesso opposto. Era gente che si riuniva lì
per oziosi conversari del tipo di quelli rinascimentali, evitando
però di toccare aspetti troppo profondi. A pranzo, a cena
o a veglia; si può dire, si davano il cambio, alternandosi
ai fornelli per ricette contadine. C’erano dei momenti in
cui si trovavano tutti insieme a progettare qualcosa. Fu in questo
ambiente che venne fuori l’iniziativa dell’Orcio d’Oro.
Furono stabiliti rapporti con Enrico Magnani della grande cartiera
di Pescia e con Vanni Scheiwiller che li veniva a trovare partendo
da Milano. Avvalendosi delle tipografie artigiane di San Miniato,
dove era ancora possibile lavorare insieme sullo stesso banco
del tipografo, dettero alla luce queste edizioni che riverberavano
il carattere locale di questi posti. Alla dignità di pagine
ottenute con impressioni su piombo, si univano incisioni su filo
e su testa di legni adatti per le silografie: bosso, pero, ciliegio
e olivo che furono impiegati per fregi, capilettera e soprattutto
illustrazioni a commento del testo scritto.
Il motto che fu scelto la diceva lunga su la loro intenzionalità
di fondere gli strumenti della coltura con quelli della cultura:
torcular exprimit vinum, oleum, verbum (il torchio spreme vino,
olio e parola). Quando il Vescovo vide queste produzioni (reclamava
sempre l’omaggio delle copie) si ricredette abbastanza.
Quanto a Scheiwiller, osservò che in pieno Novecento questa
gente continuava a replicare ciò che si faceva nell’Ottocento
e ancora prima e soggiungeva: «in Europa non so; ma in Italia,
sono sicuro, siete rimasti voi soli a fare queste cose!».
Borghi, castelli e ville della campagna sanminiatese
Si tratta di un paesaggio che appaga l’occhio in tutte le
stagioni dell’anno, quando i colori della tavolozza cambiano
e non sono più gli stessi. Perfino nelle brune invernali,
quando la nebbia sembra sfilacciarsi sugli alberi che fanno filari
lungo i campi o selva nelle parti più boschive, il panorama
si presenta suggestivo e addirittura gradevole. A rendere rilevanti,
oltre che interessante il quadro variegato di questa terra, ci
sono le piccole chiese di campagna con il loro campanile, le piccole
frontiere di casolari, segmenti di borghi, case e ville, raramente
grandiose, ma sempre riconoscibili per il loro carattere vetusto
o addirittura antico. Molte di queste frazioni conservarono a
lungo la denominazione antica di castello; per cui si diceva castello
di Bucciano, castello di Moriolo, castello di Montebicchieri.
A parte questo ultimo caso (Montebicchieri si presenta ancora
nella struttura di una piccola fortezza), i castelli erano praticamente
dei semplici villaggi fortificati. Ma in tutti i casi la loro
vicenda si univa alla piccola e grande storia fatta di conflitti,
di pacificazioni, di divisioni e di aggregazioni che qui si succedettero
nei secoli. Questo è il punto: in questa campagna, come
d’altra parte, in gran parte della Toscana, natura e storia
sembrano riconfluire insieme in un paesaggio che ripropone l’incanto
di spazi e di tempi che ritornano fino a noi.
La grande griffe
Tutti gli studiosi locali sanno che la famiglia Gucci è
in effetti una famiglia sanminiatese. Una famiglia che fu molto
vicina all’istituzione ecclesiastica e quindi, anche per
ammissione degli eredi, abbastanza sagrestana. Sono invece pochi
a sapere che questa famiglia aveva residenza in una villa di Cusignano
in località, che nelle mappe civiche viene tuttora chiamata
La Selva. In effetti i Gucci vengono chiamati i conti della Selva.
Mi ha sorpreso che sul cancello di questa villa, nobilitata anche
da una cappella gentilizia, sia stato affisso un cartello con
tanto di riferimento telefonico, con la semplice scritta “vendesi”.
Incuriosito da questo fatto mi sono premurato di telefonare avvalendomi
di questo numero. Mi ha risposto lo stesso conte Guccio Gucci
che mi confermava come in effetti la villa, ormai disabitata da
diverse decine di anni era messa in vendita. Ho così scoperto
che la firma più prestigiosa e forse anche la più
importante nel mondo, era rapportabile allo stemma dei conti Gucci
che ancora figura sul fronte della villa. E’ notorio che
la griffe è ormai passata ad una multinazionale americana
e tuttavia rimane tra noi, più che un vestigio un emblema,
di quella che è all’origine storica di un marchio
che qui è nato prima di divulgarsi in tutto il mondo.
Due chiese importanti
Qui si parla delle Pieve di Corazzano che risale al dodicesimo
secolo. E’ una pieve contadina che per giunta non vanta
come altre chiese dalla Valdelsa fregi e ornati di cospicuo valore.
Si distingue da queste per il suo aspetto slanciato che pur nell’osservanza
del rigido canone romanico la fa distinguere da tutte le altre.
Ma ciò che è veramente peculiare rispetto ad altri
monumenti presenti nell’area della via Francigena è
che, ergendosi isolata e solitaria su uno sprone collinare è
ineludibile allo sguardo di chi percorre la strada del fondo valle.
Tutto ciò le conferisce un raro aspetto marittimo: può
sembrare una nave che proietta la sua prua nella grande vallata,
o addirittura come un faro di riferimento per tutti i naviganti.
Sembra ancora qualcosa in grado di attraversare i secoli e ancora
un approdo per tutti i viandanti. Una bussola collocata in un
avamposto della collina a indicare oriente e la direzione che
porta a Gerusalemme o a Roma.
Un’altra chiesa che per motivi del tutto differenti si propone
all’attenzione del visitatore è la chiesa propositura
di Balconivisi. Questo edificio fu eretto nel 1898 dall’Architetto
Guido Giulio Bernardini. Fu il parroco che suggerì all’Architetto
Bernardini di replicare per quanto riguarda le navate interne
il modulo che uno può ammirare (o criticare) nella cattedrale
di San Miniato. E così dopo aver attraversato il borgo
campestre di Balconivisi, i visitatori si trovano davanti lo splendore
dei marmi e degli ornati che figurano nella chiesa maggiore. Una
sensazione inaspettata: che in aperta campagna ci si trovi quasi
all’improvviso di fronte alla sontuosità di un tempio
che poteva andare bene in pieno Settecento. Eppure si tratta di
una sensazione gradevole. Ma c’è da dire che l’architetto
Guido Giulio Bernardini, successivamente fu chiamato a realizzare
i locali del Tettuccio a Montecatini. Si scopre allora una strana
consonanza tra i due edifici. Si tratta di quel lustrale splendore
che per motivi diversi, e tuttavia con successo estetico, viene
proposto sia nella versione profana che in quella sacra.
Espressioni
popolari presenti nel territorio
Ringrazio il prof. Sladoievic, della scuola media
F.Sacchetti di San Miniato, che ha attivato una ricerca in questo
campo avvalendosi della collaborazione dei suoi alunni.
Ricopio direttamente dal quaderno di Fabio Feliziani, uno dei
suoi alunni, che si fa apprezzare per la diligenza con cui ha
annotato alcuni espressioni nella versione locale. Cavallino arri-arrò
piglia la biada che ti do
e la sella che ti metto
per andare a San Francesco.
A San Francesco c’è una via
per andare a casa mia.
A casa mia c’è un altare
con tre angeli a cantare,
con Giuseppe e con Maria.
Oh, che bella compagnia!
Di sapore campestre è questa canzoncina
dedicata alla capra; forse è proprio quella destinata dai
genitori a fornire il latte buono per il “nini”; lui
è ormai svezzato e la mamma va a fare l’erba; gli
lascia vicino la capretta… che bruca tra l’erbetta. Capra, capretta,
che bruchi tra l’erbetta,
vuoi una manciatina
di sale da cucina?
Il sale è salato,
il bimbo è nel prato,
la mamma è alla fonte,
il sole è dietro il monte,
sul monte c’è l’erbetta.
Capra, capretta!
La canzoncina dell’ ”Occhio bello”
è adatta per il bambino che ha incominciato a chiacchierare
un po’. Si tratta di uno scherzettino che lo farà
sorridere se saremo garbati con il suo nasino: Questo è l’occhio bello,
e questo è suo fratello.
Questa è la gotina
e questa la sorellina.
Questo è l’altaruccio
e questo è il campanelluccio.
Dindolon, dindolon.
La signora Aida Carlini di Orientano ci manda
una versione della novella che da queste parti s’intitola
“La novella di Piccinino” e che a Borgo a Baggiano
è nota come “La novella di Poghettino”.
Alla signora Carlini, di cui abbiamo già pubblicato qualcosa,
invierò quanto prima un “orcino”, così
come avevo promesso.
Quanto alla novella, dubito che lo spazio riservato in questo
settimanale sia sufficiente a accoglierla completamente, visto
che in questo genere non è ammesso un racconto a puntate;
d’altra parte, dovrei chiedere alla Carlini il permesso
di apportarvi qualche ritocco per riportarla, per quanto è
possibile, alla versione che credo di ricordare almeno in parte,
sostituendo il titolo con quello toscanissimo di “Piccinino”.
Riccarda Barbieri invia due interessanti filastrocche che per
ragione di spazio non è possibile pubblicare insieme.
Cominciamo con quella di Violina, precisando che veniva cantata
e che il secondo verso di ogni distico si replicava nel canto
O Violina, che hai fatto? Sei rossa! /
O babbo mio, ho mangiato le more!
O Violina insegnami le more! /
O babbo mio, la foglia le ha coperte!
O Violina, insegnami la foglia! /
O babbo mio, la capra l’ha mangiata!
O Violina, insegnami la capra! /
O babbo mio, ha già passato il monte!
O Violina, insegnami il monte! /
O babbo mio, la neve l’ha coperto!
O Violina, insegnami la neve! /
O babbo mio, il sole l’ha già strutta!
O Violina, insegnami lo sole! /
O vecchio stucco, vattelo a cercare!
Avrete certamente notato come nel film dei Fratelli
Taviani, “La notte di San Lorenzo” c’è
la trasmissione della filastrocca: la bambina, l’accoglie
dalla mamma, la consegna a sua volta alla sua creatura quando
diventa mandre anche lei. Tutta la vicenda si conclude con le
parole di una filastrocca scandite dolcemente in un sussurro di
affetto materno.
Toccando queste corde, i miei amici Taviani hanno fatto centro
per un finale in cui il realismo diventa fiaba.
Ora riprendiamo il cammino della nostra ricerca.
Questa filastrocca, che a me è sembrata notevole, non solo
per il sapore popolare, ma anche per la “novità”
(deve trattarsi di un prodotto peculiare della Valdegola), ci
viene segnalata da Enrico Senesi, un ragazzo di Corazzano.
Alle fontane
mi ci lavai le mani
mi ci cascò l’anello;
pesca e ripesca
pescai un pesciolino,
vestito di turchino.
Lo portai al buon signore;
il buon signore ‘un c’era;
c’era la cameriera;
friggeva le frittelle;
gliene chiesi una;
era la più dura.
Gliene chiesi un’altra;
era la più bianca.
La misi su il banco;
il banco era rotto.
Sotto c’era un pozzo
pozzo scoperto;
sopra c’era un tetto;
letto rifatto;
sopra c’era un gatto;
gatto in camicia;
scoppiava dalle risa.
Ecco una manciatina di proverbi contadini. Li
ho scelti, tra i tanti, tra quelli che accompagnano il calendario
e recano il segno di una previsione che riguarda l’andamento
dell’annata.
Calende torbo, mese chiaro.
Gennaio ingenera, febbraio intenera, marzo imboccia, aprile sboccia
e maggio fa la foglia.
Sant’Antonio gran freddura; San Lorenzo
gran caldura; l’uno e l’alto poco dura.
Febbraiuzzo: corto e brutto.
Anno bisesto, anno senza sesto.
Per la candelora, se nevica o se plora, dall’inverno
siamo fora.
Se marzo non marzeggia, d’apriol non
si passeggia.
Marzo asciutto, april bagnato; contadino
fortunato.
Aprile: ogni gocciola un barile.
Pioggia ai quattro aprilanti; quaranta dì
duranti.
Se mignola d’aprile prepara un barile,
se mignola di maggio uno di vantaggio, se mignola di giugno ti
ungi il grugno.
A settembre l’uva matura e il fico
pende.
Per Santa Croce pane e noce.
Chi vuol fare del buon vino zappi e poti
a San Martino.
Per Santa Caterina, o freddo, o neve, o brina:
tira fuori la fascina.
Santa Lucia: il giorno più corto che
ci sia.
Per Santommè il giorno allunga quanto
un gallo alza un piè.
Chi fa ceppo al sole fa la Pasqua al foco.
Ci sono poi i proverbi meteorologici; mi limiterò ai più
noti:
Rondine bassa; tempo di burrasca.
Cielo a pecorelle; acqua a catinelle.
Se rannuvola sulla brina aspetta l’acqua
a domattina.
Tempo rifatto di notte; non dura tre pere
cotte.
Sotto la neve pane, sotto la pioggia fame.
Cerchio vicino alla luna acqua lontana; cerchio
lontana acqua vicina.
Aria rossa; o piscia o soffia.
L’arcobaleno chiama il sereno.
Aria rossa di sera; buon tempo si spera.
Il sole d’agosto prepara il buon mosto.
CANTILENA
Cecco beccuto,
sonami l’imbuto;
sonamelo bene,
il mio Cecchino viene;
viene da Roma,
ti porta una corona;
me ne porta cento,
cento e millanta,
il mio Cesarino canta.
Di questa cantilena esiste una versione più
garbata con l’impianto di una filastrocca:
Cecco velluto,
sonami l’imbuto;
sonamelo bene,
che un bambino viene;
viene da Roma,
ti porta una corona;
d’oro e d’argento,
che costa mille cento;
cento cinquanta,
la pecorina canta;
canta il gallo,
risponde la gallina;
Madonna Menichina
s’affaccia alla finestra;
con tre corone in testa;
passan tre fanti,
con tre cavalli bianchi;
bianca la sella,
bianco il parasole;
Gesù ci manda il sole;
Gesù ci dia fortuna;
il sole e la luna,
fortuna e fortunello,
Gesù ci dia l’anello;
l’anello e la crocetta;
e l’acqua benedetta.
Fantastico! Proprio
fantastico!!!
Alessandro Vegni,
cui si deve una rigorosa ricerca sul personaggio di Pinocchio
che lega il suo nome al nostro notissimo toponimo sanminiatese:
il Pinocchio (denominazione antica
dell’attuale San Miniato Basso) ha anche immaginato un
percorso di luoghi menzionati da Collodi,
che possono essere reperiti nel nostro territorio. L’operazione
del bravissimo Alessandro Vegni
si enuncia dunque come un valido apporto storico sulla correlazione
del Pinocchio, luogo sanminiatese,
col Pinocchio che ha dato il nome
al capolavoro del nostro Collodi;
di qui parte lo slancio immaginifico del nostro amico Vegni
nel presentare una suggestiva ricostruzione dei luoghi dove
potrebbe svolgersi la vicenda del grande racconto. Fantastico!
Davvero fantastico!!!